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La collana TimeCrime (Fanucci) porta in libreria un altro grande thriller.

Dopo Il silenzio uccide, Dean Koontz racconta la seconda avventura dell’agente dell’FBI Jane Hawk.

La scheda di Uruk:

La notte uccide [Jane Hawk 2] (The Whispering Room, 2017) di Dean Koontz [giugno 2018] Traduzione di Tessa Bernardi

La trama:

“Fa’ ciò per cui sei nata…” sono le parole che risuonano nella mente di un’insegnante mite e amata da tutti mentre si schianta con la propria auto in fiamme contro un hotel. Questo catastrofico atto, che causa la morte della donna e di molte altre persone, viene considerato il gesto di una mente folle. Ma l’agente dell’FBI Jane Hawk sa che non è così… Per fare luce sul misterioso suicidio del marito, Jane sta raccogliendo le tracce di una segreta cabala di elitisti senza scrupoli decisi a controllare il mondo attraverso una terrificante tecnologia. Spinta dall’amore per il marito e dalla paura per il figlio di cinque anni, Jane è diventata una predatrice inarrestabile. Sa che dietro questi inspiegabili suicidi si nasconde una verità spaventosa ed è pronta a correre qualsiasi rischio pur di fare giustizia. E gli uomini a cui sta dando la caccia non avranno scampo quando la sua ombra cadrà su di loro…

L’incipit:

Cora Gundersun camminava in mezzo alle fiamme ardenti senza bruciarsi, neanche il suo vestito bianco prendeva fuoco. Non aveva paura, anzi, era euforica, e i tanti testimoni che stavano ammirando lo spettacolo erano rimasti a bocca aperta, stupefatti, con i riflessi delle fiamme che danzavano sulle loro espressioni incredule. La chiamavano, non allarmati, ma meravigliati, con una punta di adorazione nelle voci, perciò Cora si sentiva tanto elettrizzata quanto imbarazzata al pensiero di essere stata resa invulnerabile.
Dixie, un bassotto arlecchino a pelo lungo, la svegliò leccandole la mano. Il cane non aveva alcun rispetto per i sogni, neppure per quelli che si erano ripetuti per tre notti di fila e che la padrona gli aveva raccontato con dovizia di particolari. Era sorta l’alba, ora della colazione e dei bisogni mattutini, che agli occhi di Dixie erano più importanti di qualsiasi sogno.
Cora aveva quarant’anni ed era energica ed esile come un uccellino. Quando il cane zampettò giù dalle scalette portatili che le permettevano di salire e scendere dal letto, Cora saltò in piedi per affrontare la giornata. Infilò gli stivaletti di pelo che le arrivavano alle caviglie e fungevano da pantofole invernali e, in pigiama, seguì il bassotto dall’andatura dondolante.
Un istante prima di entrare in cucina, restò folgorata dal pensiero che un estraneo fosse seduto al tavolo da pranzo e che sarebbe successo qualcosa di terribile.
Ovviamente, ad attenderla non c’era nessuno. Non era mai stata una fifona. Si rimproverò per essersi lasciata spaventare da un nonnulla, niente di niente.
Mentre preparava una ciotola d’acqua fresca e i croccantini per la sua compagna a quattro zampe, la coda dorata del cane spazzava il pavimento con trepidazione.
Ora che Cora preparò la macchinetta del caffè e la accese, Dixie aveva già finito di mangiare. Di fronte alla porta sul retro, il cane abbaiò con educazione, una volta sola.
Cora afferrò un cappotto dall’attaccapanni a muro e se lo infilò. «Vediamo se riesci a svuotare il pancino con la stessa rapidità con cui te lo sei riempito. Là fuori fa un freddo bestiale, tesorino, quindi vedi di non cincischiare.»
Quando lasciò il tepore della casa, il respiro si tramutò in una nuvoletta di vapore, come se il manipolo di spettri che da tempo si era impossessato del suo corpo fosse stato esorcizzato. Si fermò in cima alle scale per controllare la sua preziosa Dixie Belle, nel caso in cui un procione scorbutico si fosse attardato dopo una notte d’esplorazione in cerca di cibo.

L.

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