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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” trovato anni fa su bancarella.
L’illustrazione di copertina è firmata dal mitico Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1276. Studio in bianco e nero (Dine with the Devil, 1970) di Janet Gregory Vermandel [15 luglio 1973] Traduzione di Giovanna Soncelli Gianotti
Inoltre contiene il racconto:
I peccati del padre (The Sins of the Father, “EQMM” giugno 1973) di Elliot L. Gilbert

La trama:

Liane Brock, una rossa alta e sinuosa – il numero uno fra le fotomodelle di Montreal – è convinta di aver stretto un patto col diavolo e di essere invulnerabile, ma sembra che il diavolo stesso le si rivolti contro e quando Liane viene trovata morta, assassinata, è subito chiaro che, in vita, lei ha dato l’avvio a una reazione a catena che non s’interrompe con la sua scomparsa. A scoprire il delitto è Jonina Jones, segretaria di produzione dello studio fotografico che si era servito di Liane per una serie di foto pubblicitarie, e la stessa Jonina, dopo il delitto, si trova ad essere l’oggetto di attenzioni non sempre gradite da parte di persone che hanno conosciuto la bella rossa. Fra gli altri, un famoso presentatore della televisione, un finanziere, ex-amante di Liane, e Peter Angel, il bel tenebroso, un giovane freddo, sicuro di sé. Un uomo vicino al quale sarebbe difficile vivere, pensa Jonina, fino al giorno in cui si accorge che le sarebbe ancor più difficile vivere lontano da lui. Sempre che l’assassino di Liane decida di lasciarla vivere.

Un estratto:

Erano le cinque meno un quarto. Raccolsi e ammucchiai le lucide fotografie sparse sulla mia scrivania stile “Direttorio”, nella grande sala d’aspetto dello Studio Fotografico Monica Halsted. La bionda esplosiva, seduta nell’angolo sulla poltrona di velluto verde, si agitò nervosa. Aspettava da mezz’ora.
Era appena uscita dalla scuola per modelle, e l’aria annoiata che ostentava non poteva quindi essere genuina. Prima di andarsene, dovevamo ancora farle una cinquantina di fotografie per il suo “composite”. Naturalmente, avremmo poi usato solo le quattro migliori, asciugate e ritoccate alla perfezione. Il “composite” è quella specie di catalogo che, oltre a fornire le misure antropometriche della modella, la ritrae in pose e abbigliamenti diversi, e che le agenzie di pubblicità mostrano ai clienti in cerca di modelle per lavori specifici. Farsi fare un “composite” da Monica Halsted costa parecchio, ma è comunque il migliore investimento per un’aspirante fotomodella. Quindi, la bionda non se ne sarebbe andata di certo.
Mi chiedevo se avrei fatto in tempo a fare un salto all’emporio più vicino, a comprare certi oggetti che servivano per un servizio fotografico su un arredamento da giardino in programma per il giorno seguente, ed essere di ritorno prima che Monica fosse pronta a scattare le fotografie della bionda.
Il problema fu risolto non appena la rauca voce imperiosa di Monica si fece sentire attraverso l’interfono posto sull’angolo della mia scrivania:
— Jonina! Portami un paio di ciglia finte, subito! E che siano nere e folte…
Non disse: “Hai per caso” oppure: “Sai dove si possano trovare…”. Era un ordine perentorio di portarle ciò che voleva, dato con quel tono che non ammetteva repliche e che io accettavo senza discutere. Quattro mesi passati alle dipendenze di Monica Halsted mi avevano resa mite come il cane di Pavlov.

L.

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