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La collana “I Classici del Giallo Mondadori” di novembre (n. 1414) presenta un grande recupero: Non sparate sul pianista di David Goodis.

La prima apparizione italiana del romanzo risale al 2003, quando è apparso come Sparate sul pianista nella collana “Immaginario Dark” (Fanucci) con la traduzione di Francesco Salvi.

La scheda di Uruk:

1414. Non sparate sul pianista (Down There, o Shoot the Piano Player, 1953) di David Goodis [novembre 2018] Traduzione di Mauro Boncomagni

La trama:

Se guardi Eddie, che cosa vedi? Un musicista da trenta dollari la settimana che siede davanti a un pianoforte di seconda mano. Un nessuno dallo sguardo assente le cui ambizioni nella vita ammontano a zero, un fallito che lavora da tre anni in un locale senza aver mai chiesto un aumento. Che non brontola quando le mance sono scarse, che non si lamenta nemmeno quando gli ordinano di aiutare a spostare tavoli e sedie al momento della chiusura, o di spazzare il pavimento, o di svuotare i portacenere. La sua presenza non significa nulla, quasi che lui non fosse lì e il piano suonasse da solo. Indifferente a tutto, con gli occhi fissi sulla tastiera, è contento della sua paga da fame e degli stracci che ha addosso. Ma non è stato sempre così. E quando suo fratello entra da quella porta in cerca d’aiuto, perché si è di nuovo messo nei guai, è come se fosse entrato il destino a riprendere con Eddie un discorso lasciato a metà. Un destino che non dimentica e non perdona.

L’incipit:

Non c’erano lampioni lungo la strada. Non c’erano luci di nessun genere. Era una viuzza del quartiere di Port Richmond, a Philadelphia. Un vento freddo sciabolava dal vicino Delaware, rammentando a tutti i gatti della zona che avrebbero fatto meglio a trovarsi un riparo in una cantina riscaldata. Le raffiche lardo-novembrine facevano sbattere le finestre oscurale per la notte e pungevano gli occhi dell’uomo stramazzato al suolo.
L’uomo si era messo in ginocchio vicino al marciapiede, respirando a fatica e sputando sangue. Si stava chiedendo se si fosse fratturato qualche osso della testa. Si era messo a collere alla cieca, con il viso rivolto verso il basso, e naturalmente non aveva scorto il palo del telefono. La zuccata era stata tenibile. L’urlo lo aveva fallo rimbalzare all’indietro e lui era caduto di peso sul l’acciottolato, senza più forze. Non desiderava altro che restare lì, in attesa che la notte calasse anche su di lui.

Eppure non puoi farlo, si disse. Devi alzarti e rimetterti a correre.
Si tirò su a fatica, non senza provare un senso di stordimento. Aveva un gran bernoccolo sulla parte sinistra della testa, l’occhio sinistro e lo zigomo sembravano gonfi e tumefatti, la guancia sanguinava all’interno nel punto in cui era stata colpita quando aveva sbattuto contro il palo. Provò a pensare all’aspetto che poteva avere il suo volto, adesso. Abbozzò un sogghigno e poi si disse che, tutto sommato, era in gran forma. Riprese a correre di gran carriera mentre i fari svoltavano l’angolo e la macchina acquistava velocità, con il rombo del motore che si faceva sempre più vicino.

L’autore:

David Goodis (1917-1967), statunitense, è tra i grandi del noir letterario. Nel corso degli anni Quaranta collabora con le riviste pulp scrivendo sotto pseudonimo numerosissime storie e lavora a Hollywood come soggettista e sceneggiatore. La sua produzione, per lo più sottovalutata da pubblico e critica durante la sua vita, è stata successivamente oggetto di una doverosa riscoperta, iniziata in Francia. Ai suoi romanzi si sono ispirati registi quali François Truffaut e Samuel Fuller.

L.

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