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Nuova antologia per Gian Filippo Pizzo, firma eccellente della fantascienza italiana, stavolta firmata da La Ponga Editore.

La scheda di Uruk:

Futura Lex (2018) a cura di Gian Filippo Pizzo [ottobre 2018]

La trama:

Se un robot commette un reato potrà esserne incolpato alla stessa stregua di un essere umano oppure il fatto deve essere considerato un incidente dovuto a una macchina? E se un crimine lo commette un cyborg, un clone, un androide, un replicante?
Chi deciderà in futuro se un imputato è colpevole: un giudice, una Intelligenza Artificiale, i telespettatori attraverso il telecomando, i naviganti di internet?
Cosa succederebbe se una civiltà extraterrestre ci chiedesse di pagare la bolletta per l’uso dell’energia solare? Oppure se una corporazione di alieni volesse brevettare a livello intergalattico la pizza?
Trasformati in fantavvocati (ma alcuni sono avvocati per davvero) gli scrittori presenti in questa antologia tentano di rispondere e questo e ad altri quesiti legali, in una rassegna che a volte diverte ma spesso fa riflettere.

L’Introduzione del curatore:

Quando ho lanciato agli autori l’idea di questa antologia mi ero preparato anche una serie di suggerimenti su quale avrebbe potuto essere l’idea centrale del racconto. Temevo infatti che l’argomento potesse risultare ostico a molti, come mi era successo per l’antologia di “fantaeconomia” Il prezzo del futuro, apparso in questa stessa collana nel 2015, quando molti (soprattutto scrittrici) mi avevano risposto di non avere competenze in quel campo (però l’antologia è venuta bene lo stesso, grazie a chi ha partecipato). Figurarsi, ho pensato, affrontare da un punto di vista più tecnico e ciò nonostante rigorosamente fantascientifico un argomento quale la legge, nelle sua varie sfumature di legislazione, giurisprudenza, fase processuale o altro.

Perciò mi ero segnato alcune idee che potessero costituire la base della narrazione. Una era l’uccisione di un alieno – o anche la “disattivazione” di un robot o comunque la distruzione di un androide o di un replicante – con conseguente processo imperniato sul concetto di umanità e di conseguenza sul significato di quello di omicidio. Idea certo non originalissima, ma che inserita in questo contesto particolare avrebbe potuto condurre a buoni risultati: d’altra parte tutto dipende da come i soggetti vengono svolti.
Un’altra era, e qui speravo nei medici/scrittori che avevano manifestato interesse, la cura di un malato con terapie proibite che però aveva avuto successo: è più importante la normativa o la deontologia professionale e la salvezza di un paziente? In effetti mi pare che ultimamente questo argomento sia già presente nella vita reale, ma penso che proiettato in una ambientazione futura avrebbe potuto funzionare lo stesso.
Una terza idea era la presenza in sede processuale di un “attore” informatico, robot o intelligenza artificiale, in veste di avvocato, accusatore o giudice: questa, senza che l’abbia comunicata ad alcuno, è in effetti presente in più di un racconto, anche se a volte solo in secondo piano. Segno che si tratta un’idea ormai matura e, per così dire, presente nell’aria, nella coscienza di tutti.

Una trovata veramente folle era che una delle famose Leggi di Murphy – non quella principale secondo cui “se qualcosa può andar storto lo farà” ma una delle particolari (per esempio la Costante di Murphy: “Le cose vengono danneggiate in proporzione al loro valore” oppure la Prima legge del bridge: “È sempre colpa del compagno”) – avesse efficacia legale: chissà se qualche autore ne avrebbe tirato fuori qualcosa?
Un altro soggetto poteva essere ricavato da questa citazione di Ubik di Philip K. Dick:

«Ti pagherò domani» disse alla porta. Tentò ancora con la maniglia. La porta rimase sempre chiusa. La porta non si mosse.
«Quello che ti pago» lui informò la porta «è soltanto una mancia, io non devo pagarti.»
«Io la penso diversamente» disse la porta. «Guardi nel contratto che lei ha firmato acquistando questo appartamento.»
Dal cassetto vicino all’acquaio Joe Chip estrasse un coltello di acciaio inossidabile; con quello prese a smontare sistematicamente l’impianto di apertura della porta ingoia-quattrini.
«Le farò causa» disse la porta, quando la prima vite scivolò sul pavimento.
Joe Chip mormorò: «Non sono mai stato portato in tribunale da una porta. Ma immagino che riuscirò a sopravvivere».

Certo inserirsi in uno scritto di Dick, che miscela come nessun altro situazioni satiriche con personaggi tormentati, non è impresa da poco, ma io suggerivo solo lo spunto iniziale.

In ogni caso di questi consigli non c’è stato bisogno: gli autori hanno trovato autonomamente di cosa scrivere e come inserirlo nel tema assegnato. Sono rimasto abbastanza sorpreso, perché tutti hanno saputo realizzare trame convincenti coniugandole con dei credibili spunti di carattere legale, oltretutto ben orchestrati anche dal punto di vista giuridico. E non solo da parte degli avvocati di professione presenti.

In particolare, quello che avrebbe potuto essere il mio primo suggerimento è stato, senza saperlo, adottato de diversi scrittori, però capovolgendolo: è l’androide – o il replicante, comunque l’essere artificiale – a macchiarsi del crimine. Milena Debenedetti solleva il quesito dell’attribuzione di esistenza agli androidi – o simili – con uno sfondo dall’indiscutibile valenza sociale. Sfondo importante che è presente anche nel racconto di Monica Serra, bello e ugualmente drammatico. Antonino Fazio, con piglio più leggero che stempera la tragicità della situazione, si confronta con l’esistenza di un  replicante: il suo è l’unico racconto che non cita espressamente alcuna legge o che descrive un procedimento ma l’aspetto legale è manifesto. Pure Sara Elisa Riva si muove nello stesso solco  mostrando un androide che commette un reato (ma non un delitto): paradossalmente per giungere alla conclusione voluta la causa dovrà essere persa.

Carducci & Fambrini, sempre ottimamente presenti nelle mie antologie, risolvono il problema di attribuire la cittadianza italiana (!) a un manufatto (un’astronave), inserendo la vicenda in un quadro più ampio perché galattico e quasi trascendente, dal sapore silverberghiano. Davide Del Popolo Riolo è quello che si allontana di più dal tema, perché la sua ipotesi legislativa è solo lo spunto della storia e non ne costituisce il nucleo, ma il suo racconto è molto bello. Lorenzo Fabre immagina, con uno stile vivido e un linguaggio molto contemporaneo, un futuro in cui le sentenze sono emanate via web, ma non trascurando i rapporti interpersonali che dalla virtualità della rete calano nell’esistenza reale. Idem Falcioni & Garello, che con la verve che avevo già apprezzato in precedenti racconti ci danno un altro quadro possibile della vita futura (probabilmente già presente) dominata dall’interazione informatica, affrontando anche un tema molto attuale, quello della maternità surrogata.

Il racconto di Michele Piccolino è divertentissimo, pieno di trovate umoristiche, ed è quello più aderente al tema senza risultare tecnicistico; risale a qualche anno fa, ma pur avendo vinto dei premi era rimasto inedito e sono felice di poterlo pubblicare. Franco Ricciardiello è stato l’autore più originale, perche il suo scritto riguarda non la legislazione occidentale ma quella islamica, con un notevole impatto sociale e il consueto bellissimo linguaggio allusivo. Il racconto di Stefano Tevini è il più breve ma ugualmente denso: in pochissime pagine riesce a parlare di intelligenza artificiale, rapporti tra colleghi, stravolgimenti planetari, speculazioni finanziarie, tutto partendo da dati assolutamente reali, ossia le numerosissime leggi strane o addirittura ridicole  che sopravvivono nell’ordinamento di molti Stati. Claudia Graziani e Massimo Sensale hanno avuto, senza ovviamente saperlo, la stessa idea di Piccolino (persino il colpo di scena finale è simile) ma con un tema e un’ambientazione diverse, e il racconto si legge con divertimento. Tra l’altro, questi due racconti usano anche il dialetto: per chi è assolutamente sostenitore della fantascienza italiana (come me, da oltre trenta anni) questo è un punto di merito che accresce le possibilità di sostenere la validità di una science fiction nostrana.

Questa antologia contiene anche un mio racconto che risale al 1977 e fu pubblicato l’anno  successivo su un fascicolo speciale del Cosmo  Informatore dell’Editrice Nord, e che è il più tradotto tra i miei (volete mettere la soddisfazione di trovarsi sulla rivista ungherese Galaktika assieme a Sheckley, Pohl e Asimov?) e non è stato più ripubblicato. Avevo pensato di riscriverlo, ma dalla lettura degli altri racconti mi sono reso conto che come tematica è ampiamente superato per cui lo ripropongo com’era: consideratelo una testimonianza storica.

Un’ultima notazione. Dei 16 autori qui presenti (tre racconti sono scritti a quattro mani) 5 sono donne, una percentuale che non ero mai riuscito a raggiungere (che fu anche il motivo per cui in questa stessa collana pubblicai  l’antologia solo femminile Oltre Venere) e che non è stata cercata espressamente: è solo un piccolo passo, ma che sia il sintomo che qualcosa nel nostro piccolo mondo stia finalmente cambiando?

La recensione di S*:

Su Fantascienza.com Silvio Sosio così scrive del libro:

Non si può dire che legge e avvocati siano argomenti refrattari: esiste infatti una vastissima e popolare letteratura nei generi del giallo e del thriller che si occupano di questi temi, per non parlare di film e serie televisive.
Meno note invece le intersezioni tra la tematica legale e la fantascienza. Era la buona occasione per stimolare gli autori italiani (tra i quali si contano diversi avvocati) a esplorare l’argomento, e la persona più adatta all’impresa era naturalmente l’antologista per antonomasia, Gian Filippo Pizzo.
Ne sono venuti fuori tredici racconti scritti da sedici autori (tre sono le coppie presenti, di cui due miste) che affrontano il tema in modo diverso, dalla satira al dramma esistenziale, ma tutti rispettosi dell’assunto iniziale, cioè di basarsi su una norma e portare le sue conseguenze fino all’estremo, seguendo il procedimento di estrapolazione tipico della science fiction.
Perché – potrà sembrare strano giudicando solo dal titolo, Futura Lex – qui non ci sono leggi inventate, leggi che potrebbero venire emanate in un futuro o su un altro pianeta, ma le leggi a cui siamo abituati, quelle che regolano la nostra appartenenza alla società (o comunque a queste molto simili). Perciò il problema si sposta sull’interpretazione delle stesse con scenari mutati (come valutare il fatto che un essere artificiale possa commettere o subire un reato?) e sul comportamento degli attori (giudici, difensori, imputati).
Alcuni racconti hanno la cadenza tipica del poliziesco, altri affrontano temi etici quali quelli legati alla maternità o all’essenza stessa del concetto di essere umano, altri – molto divertenti – giocano sui paradossi che le stesse norme possono provocare.
Da segnalare in particolare il lavoro di Franco Ricciardiello per la sua originalità: è l’unico a non essersi ispirato a leggi occidentali per utilizzare invece una legge islamica, con il consueto impegno di denuncia sociale.

Gli autori:

Gian Filippo Pizzo, presente anche come autore con un racconto d’antan, l’unico già edito anche se moltissimi anni fa, ha radunato in questo progetto autori ormai ben conosciuti come la premiata coppia Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, Davide Del Popolo Riolo, Antonino Fazio, Michele Piccolino, Franco Ricciardiello assieme ad altri non proprio esordienti ma abbastanza nuovi, almeno nel campo: Lorenzo Fabre e Stefano Tevini. Ottima la partecipazione femminile, con Milena Debenedetti, Francesca Garello (in coppia con Gabriele Falcioni), Claudia Graziani (con Massimo Sensale), Monica Serra e Sara Elisa Riva.

L.

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