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La Newton Compton porta in libreria un saggio sull’intelligence internazionale, dalle prime organizzazioni di spionaggio alle sofisticate agenzie di oggi.

La scheda di Uruk:

377. Storia dei servizi segreti (2018) di Mirko Molteni [6 dicembre 2018]

La trama:

Non è semplice rintracciare le origini dell’attività spionistica e cospirativa. Già tremila anni fa gli egizi catturarono spie ittite. L’antica Roma imparò dal nemico Annibale ad avvalersi di agenti, e gli imperatori ebbero una vera polizia segreta. Dal Medioevo al XVIII secolo potenze piccole e grandi, da Venezia all’Inghilterra, stesero reti di informatori che già celavano messaggi in crittografia. Nel 1800, da Napoleone in poi, ecco servizi informativi più strutturati. Bismarck si affidava a Stieber, mentre in Russia nasceva l’Ochrana. Ma fu il XX secolo a vedere agenzie permanenti, che al più cambiavano sigla. La russa CEKA, poi divenuta KGB, fu fondata da Lenin e Dzerzinskij fin dal 1917. L’America contava sull’FBI di Hoover per il controspionaggio interno, ma attese il 1947 per dotarsi della CIA per l’intelligence estera. Anche l’Italia fece la sua parte e nel dopoguerra si aggiunse il Mossad israeliano come libero battitore. Fra aerei-spia, satelliti e computer, il ruolo umano resta centrale. Questo libro, completo e ricchissimo di aneddoti, consente di comprendere i meccanismi che hanno governato e governano il mondo e di conoscere i protagonisti – a volte quasi leggendari – che hanno segretamente tirato i fili della storia.

Tra i temi trattati nel libro:

• Le spie di Scipione e quelle di Giulio Cesare
• Cina e Giappone: gli insegnamenti di Sun Tzu e i ninja giapponesi
• La setta degli Assassini, i sicari del “Veglio della Montagna”
• 1588: Sir Walsingham contro i galeoni dell’Invencible Armada
• 1700: Defoe, Casanova, Cagliostro, scrittori, avventurieri, informatori
• Risorgimento italiano e Guerra civile americana
• 1917: Mata Hari, Lawrence d’Arabia e l’alpino Marchetti
• 1941: i codici Enigma, Ultra, l’eroismo di Sorge e le infiltrazioni del SOE
• I servizi segreti italiani, da SIM a SID e oltre
• Guerra Fredda e atomiche: 40 anni di duello fra CIA americana e KGB sovietico
• 2001: Bin Laden e il jihadismo, nuovi nemici delle intelligence mondiali
• L’ascesa al Cremlino dell’ex-KGB Putin e il mistero Litvinenko
• Manning, Assange, Snowden, “moschettieri” contro lo spionaggio informatico

L’incipit:

Nell’autunno 1970, all’epoca della gara spaziale fra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, una stramba diceria cominciò a diffondersi, simbolo dell’apparente onnipotenza che veniva attribuita ai servizi segreti in generale, e al KGB in particolare. Gli americani avevano appena battuto i sovietici nella corsa alla Luna, avendo fatto sbarcare già due volte equipaggi umani fra i suoi desolati crateri, con le missioni Apollo n e Apollo 12, fra luglio e novembre del 1969. Un terzo sbarco, quello previsto dalla missione Apollo 13 nell’aprile 1970, era andato a monte per un’avaria che aveva costretto gli astronauti a ritornare sulla Terra, ma a parte questo episodio il primato statunitense pareva indiscusso. I russi, che pure erano stati, vari anni prima, gli iniziatori dell’era spaziale con il lancio del primo satellite artificiale Sputnik i, il 4 ottobre 1957, e del primo cosmonauta in orbita, il sorridente Jurij Gagarin su navicella Vostok 1, il 12 aprile 1961, non riuscirono a eguagliare i rivali in fatto di missioni umane sulla Luna.
Ripiegarono comunque su un primato meno sensazionale, ma per molti aspetti non meno interessante, ossia quello del primo veicolo a ruote in movimento sulla superficie lunare, telecomandato dalla Terra. Questa specie di “automobile-robot” lunare si chiamava Lunokhod 1, ovvero “Camminatore lunare” in russo, e venne imbarcata sulla sonda Luna 17, decollata il 10 novembre 1970 dal poligono di Bajkonur con un colossale razzo vettore Proton a quattro stadi. La sonda si posò sulla Luna, nella regione detta Mare delle Piogge, il 17 novembre e da una rampa fece scivolare il Lunokhod sulla brulla pianura sassosa.
L’automobilina telecomandata cominciò, a fatica, a scorrazzare su quel mondo morto, d’un grigio spettrale, analizzando il suolo, riprendendo immagini e trasmettendo tutti i dati in Russia via radio. Il Lunokhod era un veicolo davvero bizzarro, una sorta di “pentolone” circolare del diametro poco superiore ai due metri, dello spessore di un metro, e munito di ben 8 piccole ruote metalliche, ciascuna dotata di un suo motore elettrico indipendente inserito nel mozzo. L’energia era fornita da grandi pannelli solari che ricoprivano il coperchio del “pentolone”, più un piccolo “nocciolo” radioattivo a isotopi di Polonio 210, per generare calore sufficiente a non far congelare gli strumenti elettronici. Due telecamere affiancate, per emulare la visione binoculare, trasmettevano in diretta alla Terra le immagini del paesaggio antistante e permettevano ai tecnici di guidarlo con impulsi radio. L’enorme distanza fra la Terra e la Luna, suppergiù 380.000 km, faceva sì che un impulso radio impiegasse 1,3 secondi a percorrere il tragitto. Perciò i tecnici a terra vedevano di volta in volta le immagini in ritardo di 1,3 secondi e a loro volta inviavano al Lunokhod un comando di guida, fosse esso per lo sterzo, la frenata o la sosta, che giungeva in ritardo di altri 1,3 secondi Doveva essere teleguidato con cautela, a bassissima velocità, non più di i o 2 km/h, e cercando di “anticipare” intuitivamente le mosse. Peraltro, esisteva un sistema di freni automatici che s’azionavano prevalendo sui comandi da terra se un sensore di pendenza rilevava il rischio di un ribaltamento. Nonostante tutte queste difficoltà, il veicolo funzionò per quasi un anno, alternando fasi di sosta e di marcia, fino al 14 settembre 1971, percorrendo un totale di 10,5 km. Non molto, ma era pur sempre il primo veicolo ruotato mobile mai spedito dall’uomo su un globo extraterrestre. L’impresa del Lunokhod venne osannata dalla propaganda del regime comunista sovietico, ma non furono pochi a Mosca coloro che si mostrarono scettici sulla effettiva possibilità tecnologica di teleguidare un veicolo da una distanza, è il caso di dirlo, astronomica.

L’autore:

Mirko Molteni, nato in Brianza nel 1974, è laureato in Scienze Politiche. Giornalista per “Libero” e per riviste di storia e argomenti militari e aeronautici, collaboratore del notiziario on line “Analisi Difesa”, ha al suo attivo sei libri.

L.

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