Tag

, , ,

La Sellerio, nella sua storica collana “La Memoria”, porta in libreria un viaggio in tram la notte di Natale sospeso tra i crampi della fame e il desiderio di Dio.

La scheda di Uruk:

1121. Il tram di Natale (2018) di Giosuè Calaciura [29 novembre 2018] Traduzione di Marzio Petrolo e Rosa Prencipe

La trama:

Un tram, che si fa immaginare come isola di luce nel buio della notte di Natale, viaggia nell’estrema periferia. Dentro porta un mistero, fragile e abbandonato. Salgono povere persone che hanno finito la giornata. La prostituta deportata dall’Africa, il suo disgraziato cliente, il clandestino che vive di espedienti, l’artista vinto dalla malattia, l’infermiera assediata dalla solitudine, il ragazzo che non riesce a mettere insieme la cena per la compagna e la figlia. Vanno verso la notte di vigilia che li aspetta, o che semplicemente non li aspetta. Ciascuno porta con sé, nei pensieri, nel ricordo, sul corpo, una storia diversa e complicata, che parla di loro stessi e di altri, ma pur sempre impastata di impotenza e di rabbia. Ma quel mistero gettato in fondo ai sedili, dietro la cabina dell’autista assuefatto all’indifferenza, li raccoglie tutti insieme, come un presepe viaggiante, miraggio di salvezza. Per quanto ognuno di loro senta che non c’è salvezza fuori da quel tram di Natale. Nella sua prosa fortemente lirica, che ha la capacità di modularsi ai momenti del racconto, quasi di musicarli, Giosuè Calaciura con gli strumenti della letteratura ci restituisce l’urgenza, la profondità e le contraddizioni del nostro tempo. Alla Dickens (il cui Canto di Natale questo racconto apertamente richiama), senza timidezze nel mettersi decisamente dalla parte della denuncia e dell’impegno.
Lo scopo è quello di affermare che la società ha una sostanza umana irrinunciabile e di mostrarne il tenace desiderio di esistere. Così, libro dopo libro, Calaciura va componendo un romanzo delle strade che non hanno nome.

L’incipit:

Agitava le manine perfette, lavori di natura benfatti, con le palme rosate che sembravano frutti appena sbucciati in contrasto con la pelle nera come il buio di quella notte, ancora lucida dei liquidi della nascita, ancora sporca dei resti di placenta e di cordone tagliato con la fretta della fuga un po’ più in alto dell’ernia ombelicale. Molti avrebbero detto che era quello il tratto distintivo — il segno — che lo rendeva diverso da ogni altro neonato abbandonato sui mezzi del trasporto pubblico.
Aveva macchie di sangue materno, ma il suo viso, per quanto indistinguibile nell’oscurità di quella notte, sembrava sereno, disteso. Tutti immaginarono che fosse stato sgravato senza travaglio, in un parto rapido, urgente. Tentava di aprire gli occhi nell’ipnosi del movimento e dei rumori del viaggio. Ogni tanto, per qualche secondo, riusciva nei suoi sforzi e mostrava lo sguardo rassegnato — alcuni dissero triste — degli orfani venuti al mondo già consapevoli della fatica, della solitudine, del martirio, ma anche di una ostinata vivacità. Movimenti non rodati d’indipendenza. Era un bambino al capolinea della stazione sull’ultimo tram numero 14 di una notte di inverno. E odorava di arancia.
Qualcuno, per carità, per improvvisazione, per follia, lo aveva sistemato con cura su un sedile vicino alla cabina del conduttore. Forse per maggiore sicurezza, per la rassicurazione — falsa — che trasmettono gli uomini in divisa, avvolgendolo in una coperta stretta con un nodo allo schienale per non farlo cadere alla prima frenata brusca, per non farlo scivolare di lato alla prima curva troppo veloce.
Il tram era ripartito vuoto. Il conduttore non si era affacciato per controllare il vagone. Teneva fede solo al suo compito: guidare da capolinea a capolinea, sino all’ultima fermata, periferia della periferia dove Dio si rifiutava di guardare, dove neanche per sbaglio si era mai addentrato.
L’uomo del tram, quelle poche volte che per curiosità o istinto aveva osato rivolgere uno sguardo al suo carico notturno e viaggiante, quelle poche volte che aveva provato indulgenza per le teste abbandonate sullo schienale in posizioni di sonno scomodo e infermo, così prostrate dalla lunghezza senza redenzione della giornata, aveva bloccato con la sicura l’accesso alla cabina, e per rendersi ancora più impermeabile a ogni richiesta di pietà aveva oscurato con fogli di giornale il vetro sulla porta del suo gabbiotto. Aveva scelto l’unica carità possibile: spegnere le luci interne del vagone per agevolare il loro riposo.
Il conduttore, quelli che salivano sul tram, preferiva immaginarli. Era la manodopera della povertà. Li scorgeva per un attimo alla fermata in attesa che il mezzo frenasse, illuminati dalla luce bugiarda dei fari. Poi li perdeva per sempre nell’intestino corroso del vagone. E mentre governava le sue leve e i bottoni delle porte cominciava a disegnarli nella verità della sua fantasia.

L’autore:

Giosuè Calaciura è nato a Palermo nel 1960. Giornalista, collabora con Rai Radio3, scrive per quotidiani e riviste. I suoi racconti sono apparsi in diverse raccolte.

L.

– Ultimi post simili: