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La Newton Compton porta in libreria un saggio storico firmato da Alberto Peruffo.

La scheda di Uruk:

818. Le battaglie più sanguinose della storia (2018) di Alberto Peruffo [6 dicembre 2018]

La trama:

Le battaglie, il momento culminante di ogni guerra. Lo scontro decisivo che decreta la sorte di un conflitto, quasi un giudizio inappellabile che i contendenti sono tenuti a rispettare nelle successive trattative per arrivare a una pace. Il mondo occidentale considera da sempre la battaglia come la concentrazione della massima violenza, limitata nello spazio più ristretto e nel minor tempo possibile. La guerra, infatti, provoca lutti e sofferenze, almeno all’inizio, il combattimento campale non era altro che un tentativo di ritualizzarla. Gli episodi bellici esaminati in questa rassegna rappresentano gli scontri più cruenti della storia: sfide tra eserciti anche sterminati che hanno lasciato sul campo decine, talvolta centinaia di migliaia di caduti. E nonostante ciò, non sempre si è trattato di carneficine risolutive di un conflitto. Spesso volute e provocate da comandanti ambiziosi e spregiudicati, queste sanguinose e cruciali giornate hanno avuto come veri protagonisti i soldati, di cui il volume evidenzia il punto di vista.

Alcune delle battaglie trattate:

La battaglia di Platea (479 a.C.)
La battaglia di Gaugamela (331 a.C.)
La battaglia di Canne (216 a.C.)
Gli assedi di Bukhara, Samarcanda e Urgench (1218 – 1221)
La Battaglia di Nicopoli (1396)
La battaglia di Ankara (1402)
La battaglia di Towton (1461)
La battaglia di Tenochtitlán (1521)
L’Assedio di Magdeburgo (1631)
La battaglia di Kunersdorf (1759)
La battaglia della Moscova o di Borodino (1812)
La battaglia di Gettysburg (1863)
La battaglia di Gravelotte st Privat (1870)
La battaglia di Verdun e della Somme (1916)
L’Assedio di Leningrado (1941-1943)
La battaglia di Stalingrado (1943)
La battaglia di Okinawa (1945)

L’incipit dell’Introduzione:

Da sempre le battaglie sono state il momento culminante di ogni guerra, lo scontro decisivo che ne decreta la sorte, quasi un giudizio divino inappellabile che deve essere poi rispettato dai contendenti nelle successive trattative per arrivare a una pace o a una ricomposizione del conflitto tra due fazioni. Già gli antichi greci hanno fissato nella mentalità occidentale il concetto di battaglia risolutiva. Per il mondo occidentale, infatti, la battaglia, da sempre, viene considerata come la concentrazione della massima violenza limitata nello spazio più ristretto possibile che si sviluppa nel minor tempo possibile. In altre parole gli uomini armati di due fazioni avversarie accettano di mettere in gioco tutte le risorse di cui dispongono nel tentativo di ottenere la vittoria in un unico evento, decisivo e limitato nel tempo. Ciò, per ottenere immediatamente, tramite il responso delle armi, un vincitore ben definito e, nello stesso tempo, limitare le sofferenze che la guerra comporta: sia ai civili, escludendoli per quanto possibile dal campo di battaglia, sia agli stessi uomini impegnati nella contesa, i quali, dopo l’impegno nella battaglia, possono tornare alle loro normali occupazioni o, magari, spartirsi il bottino della parte sconfitta.
Fin dall’Antichità la guerra ha, infatti, portato con sé lutti e sofferenze, il cui peso maggiore è sopportato innanzitutto dagli uomini impegnati in prima persona nelle attività belliche: da qui la necessità di ridurre i disagi e massimizzare le opportunità durante una campagna militare. Per ottenere ciò, nel mondo occidentale si è spesso tentato di ritualizzare il modo di fare la guerra, conducendo una battaglia il più possibile schematizzata nel suo svolgimento. Maestri in questo furono gli antichi greci che, a partire dall’IVI secolo, svilupparono la tattica oplitica che prevedeva lo scontro tra due schiere omogenee negli armamenti e, possibilmente, nel numero dei guerrieri impiegati in uno spazio territoriale ben definito, a volte addirittura concordato tra i due opposti belligeranti Questo permetteva di escludere i civili dagli orrori della guerra Nello stesso tempo limitava il numero delle perdite tra gli eserciti coinvolti. Si è calcolato che nella guerra oplitica le perdite dell’armata vittoriosa si attestavano intorno al 5%, mentre la fazione sconfitta raramente subiva un salasso che andasse oltre il 14% (Krentz 1985). Naturalmente esistevano delle eccezioni, soprattutto quando nessuna delle due parti voleva cedere il terreno al proprio nemico. È il caso, ad esempio, della battaglia dei Campioni combattuta nel 545 a.C. tra forze equivalenti di 30o spartani e argivi, scelti tra gli opliti migliori, su un terreno concordato e senza testimoni se non gli dèi, dove la totalità dei guerrieri in lotta si annichilì a vicenda.
Simili tentativi di controllare lo svolgimento di una battaglia in modo ritualizzato si ebbero anche in epoca moderna quando, nel XVIII secolo, le fanterie degli eserciti europei si fronteggiavano in linea di tiro: le due file di fucilieri avversari si posizionavano una di fronte all’altra a distanza ravvicinata, scaricandosi addosso salve di fucileria fino al momento in cui una delle due schiere, avendone avuto abbastanza, alzava i tacchi. Anche in questo caso le perdite erano sostanzialmente limitate.

L’autore:

Alberto Peruffo è nato a Seregno nel 1968 e si è laureato all’Università degli Studi di Milano. Ha cooperato con la Sovrintendenza archeologica di Milano. Collabora con alcune riviste di storia e insegna. Ha pubblicato diversi saggi storici.

L.

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