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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” trovato anni fa su bancarella.
L’illustrazione di copertina è firmata dal mitico Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

659. Il delitto non perdona (Politics is Murder, 1947) di Edwin Lanham [17 settembre 1961] Traduzione di Rossana De Michele
Inoltre contiene il racconto:
La famosa “macchina del tempo” (Of Time and Eustace Weaver, da “EQMM”, giugno 1961) di Fredric Brown
* [Ristampato come “Vita numero uno” de Le brevi vite felici di Eustace Weaver, in “Cosmolinea B-2”, Biblioteca di Urania n. 12, giugno 1983]

La trama:

Si può andare a tetto ogni sera per trent’anni, convinti che il delitto commesso fosse veramente perfetto; e alzarsi una brutta mattina con una realtà nuova e imprevista: se si vuol godere impunemente di una falsa innocenza, bisogna ancora uccidere, anche se trent’anni di rimorso vi hanno insegnato una irrecusabile ripugnanza a uccidere. È quanto capita all’assassino di questo dinamico romanzo che mette il dito sulla piaga… esclusivamente americana (s’intende) della lotta politica senza scrupoli. Un giovane investiga su un lontano delitto: cade assassinato. La matassa è molto aggrovigliata, e sembra inestricabile. Ma c’è un alibi talmente perfetto, che a un certo punto insinua dei sospetti, e la polizia (vista, in questo giallo, con spregiudicato realismo) vi tiene sulla corda – in equilibrio fra il sospetto e l’ansietà – fino al momento in cui può puntare senza possibilità di dubbio l’indice accusatore.

L’incipit:

Il caldo sole primaverile inondava il parco che si stende davanti al Palazzo Municipale; George Wright, accanto alla finestra, guardava i piccioni, pasciuti e tronfi come consiglieri comunali, saltellare sull’erba sotto gli alberi o riunirsi in gruppi sulle pietre levigate della rotonda; avevano tutta l’aria di essere intenti a raggiungere i loro scopi personali, come fanno appunto i legislatori di tutto il mondo.
George era comodamente seduto nella poltroncina girevole e aveva i piedi appoggiati al ripiano della sua scrivania nella stanza numero 9, la sala stampa del Palazzo Municipale, dove il giovanotto lavorava per conto del “Record Star”. Wright era un tipo distinto e piuttosto serio, appena sopra la trentina, l’innata dignità che traspariva dagli occhi scuri e sereni gli permetteva di starsene semisdraiato sulla poltrona senza assumere un’aria trascurata e – cosa ben più importante – di mantenere rapporti d’estrema naturalezza coi tipi più disparati. Sulla scrivania, a qualche centimetro dai calcagni di George, il gatto del palazzo comunale era steso pigramente su un rettangolo caldo di sole; né il giornalista né il gatto si scossero d’un centimetro quando Ray Martin, il cronista del “Courier”, reduce dalla colazione, appese il cappello all’attaccapanni e fece una smorfia che scompose i lineamenti del suo volto roseo e tranquillo da ragazzo.
– Maledetto gatto! – esclamò il nuovo arrivato. – Che cosa ci fa, sempre qua dentro?
I due cronisti che stavano giocando a ramino su una scrivania d’angolo gettarono uno sguardo in direzione della poltroncina . su cui sonnecchiava il vecchio Tracy, col mento lungo e aguzzo appoggiato sul petto. I cronisti della stanza lo chiamavano “Appetito” dietro le spalle e “Tracy” in faccia; il suo nome di battesimo, dato che lo conoscessero, non lo usavano mai. Tracy faceva continuamente “un salto fuori” per procurarsi un panino; il suo primo pensiero, venendo al lavoro, era quello di studiare le, liste della colazione di tutti i circoli che disponevano di tavolini per la stampa; di solito, sceglieva quella del Brockers Club o quella del circolo degli avvocati: si presentava con la tessera di giornalista all’inizio della colazione e sgattaiolava via invariabilmente appena qualche personaggio di rilievo cominciava a schiarirsi la voce per il discorso finale.

L.

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