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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” preso da Ilaria la bancarellaria!
L’illustrazione di copertina è firmata dal mitico Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

330. Non ho tempo per morire (Too Busy to Die, 1944) di H(enry) W(isdom) Roden [28 maggio 1955] Traduzione di Adriana Pellegrini

La trama:

John Arden Knight, che esercita la professione da noi sconosciuta di “consulente psicologico”, si vede capitare in ufficio un ometto che gli dà duemila dollari perché faccia apparire il suo nome sui giornali. Knight lo accontenta convocando giornalisti e fotografi, ma la mattina dopo si rende conto che il suo intervento allo scopo aveva servito a ben poco. Intatti i giornali ne parlano, e come, ma soprattutto perché Rodkins, ché tale è il nome dell’ometto, è stato trovato con la gola squarciata nella sua camera d’albergo. Knight si sente moralmente impegnato a scovare l’assassino e chiede perciò l’aiuto del suo amico Sid Ames, investigatore privato, che già i nostri lettori conoscono dai romanzo È scomparso un angelo (n. 314 di questa collana), e i due, oltre a tutto, debbono seguire le vicende di una misteriosa scatoletta che il morto aveva affidato al consulente psicologico. Altri morti seguono, tra i quali una casta, dolce fanciulla, di cui John si stava innamorando. E dopo un’avventura sentimentale con una ragazza dal volto angelico e l’anima d’un serpente a sonagli, il mistero è risolto, e gli assassini, debitamente impacchettati, vengono consegnati alla giustizia. Un giallo di gran classe.

L’incipit:

L’uomo diede l’ultima pennellata al nome sull’uscio del mio nuovo ufficio e tutti e due facemmo un passo indietro per ammirare l’opera.
— Quanto? — domandai.
— Dodici — disse lui, asciugando i pennelli e incominciando a radunare i suoi arnesi.
— Dodici svanziche!
Mi guardò: — Già, dodici svanziche! Oggi questa foglia d’oro non si trova nelle uova di Pasqua!
Lo pagai e mi rimisi in contemplazione: le lettere dorate formavano il nome
John Arden Knight – Public Relations. Quaranta cents ogni lettera. Forse avrei fatto bene a imparare a dipingere le insegne.
Il mio lavoro consiste, invece, in una sorta di consulenza psicologica e di prese di contatto fra le grandi aziende e il pubblico. Saggiare i gusti della gente, tastare il polso del mercato, studiare e stabilire come debba esser lanciato un nuovo prodotto, e altre mansioni del genere, fra le quali trovare il modo di smuovere o fermare giornalisti e fotografi nell’interesse dei miei clienti.
Eccomi sistemato nel mio nuovo ufficio: “un vasto appartamento” l’aveva chiamato l’agente immobiliare. A dire il vero il mio vecchio quartier generale al secondo piano degli stessi edifici Caldwell nella Quarta Strada aveva lo stesso numero di stanze, ma queste erano grandi il doppio e poi c’erano due finestre invece di una, nel mio
sancta sanctorum!
Entrai nella stanza che serviva da ufficio per la mia segretaria, e da anticamera, dove albergava, o meglio, dove avrebbe dovuto albergare la signorina Phyllis Warner. La signorina Phyllis Warner, mia segretaria, aveva il compito di scrivere a macchina, rispondere al telefono e ricordarmi quali erano i conti che non avevo ancora pagato.
C’era un solo insignificante particolare che disturbava lo svolgimento dell’intero programma: quando avevo bisogno di lei, Phyllis non si trovava mai nelle vicinanze. Credo che fosse una delle ragazze più affamate della città, perché la sua ora di colazione incominciava verso le undici di mattina e si protraeva fino al tardo pomeriggio.

L.

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