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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” trovato anni fa su bancarella.
L’illustrazione di copertina è firmata dal mitico Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1943. E polvere ritornerai [Rain Morgan 1] (Patterns in the Dust, 1985) di Lesley Grant-Adamson [27 aprile 1986] Traduzione di Rita Botter Pierangeli
Inoltre contiene il racconto:
I peccati del padre (The Sins of the Father, “EQMM” giugno 1973) di Elliot L. Gilbert

La trama:

Un cadavere scoperto sotto la polvere delle rovine di un vecchio castello sconvolge la quiete del paese dove Rain Morgan sta passando le vacanze. Rain, incuriosita da questa morte e dall’improvvisa, misteriosa scomparsa del proprietario del cottage dove lei risiede, si sente spinta a svolgere una discreta indagine sui due avvenimenti. Le sue domande porteranno in luce i lati più nascosti e sorprendenti della vita del paese, tanto che la ragazza si troverà coinvolta in avvenimenti sinistri, solo apparentemente sconnessi fra di loro: uno strano messaggio sulla segreteria telefonica, un intruso nel cottage, qualcuno che si aggira minaccioso nella notte. Rain si trova così a imboccare una strada irta di pericoli e interrotta da improvvisi colpi di scena, in un’esperienza traumatizzante che metterà a dura prova il suo coraggio e la sua intelligenza e che sfocerà in una terrorizzante sorta di moscacieca con l’assassino.

L’incipit:

Ottobre era alla fine. Colline gialle, viottoli di rovi. Un mare che si sperde all’orizzonte dell’ampia baia. Mucche bianche e nere avanzavano dondolandosi lungo la strada sospinte da un contadino in maniche di camicia. Rain Morgan rallentò per adeguarsi al loro passo e alla fine decise di fermare l’auto per ammirare il panorama.
— Correre è solo un’abitudine — disse a voce alta. — Una pessima abitudine.
Spense il motore, si mise in bocca una caramella e scese dall’auto. Si appoggiò contro il cofano, quindi decise per un cancello poco distante. Mise i gomiti sul legno caldo mentre la brezza le scompigliava i riccioli biondi.
Non poteva fare a meno di sorridere. — È come… — cominciò a dirsi. Si guardò intorno alla ricerca di un termine di paragone. L’ultimo giorno di scuola con la prospettiva della libertà? L’inizio di una vacanza? O di un nuovo amore? No, niente di simile. Era un momento perfetto, un momento raro in cui umore e circostanze erano in armonia. Non c’erano «se soltanto», non c’erano «ma».
La rallegrava perfino il fatto di essere sola. Oliver avrebbe dovuto accompagnarla, ma una collega aveva partorito in anticipo mandando all’aria i suoi progetti. — E con questo? — aveva commentato Rain quando Oliver glielo aveva detto. — Se il giornale concede il permesso per maternità, il problema riguarda solo loro. Dovranno cercarsi un collaboratore esterno. Perché pretendere che tu rinunci alle tue ferie?
Ma Oliver non era disposto a rischiare che un altro caricaturista gli soffiasse il pubblico, perciò era rimasto a Londra. Quella mattina di buon’ora, Rain aveva lasciato il loro appartamento e si era diretta verso ovest. Oliver le sarebbe mancato. Tra uno o due giorni, naturalmente. Da molto tempo le loro vite correvano su un unico binario. Da tre anni. Tanto, per entrambi.
L’aveva incontrato poco dopo che era arrivato a Londra dall’Australia, e si era sentita attratta dal suo umorismo effervescente. La maggior parte dei disegnatori che conosceva in genere erano persone tristi e noiose. L’aveva osservato far carriera dopo aver accettato il lavoro al «Post», non molto sicura di non essere stata sfruttata, anche se la cosa non aveva importanza. Anche Oliver sapeva essere opportunista.
Durante le loro liti, piuttosto frequenti, gli rinfacciava che, se non fosse stato per lei, abiterebbe ancora in un monolocale a Earls Court. Non era leale e nemmeno vero. Ma era un argomento immancabile.

L.

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