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Da Ilaria la bancarellaria arriva un numero d’annata di “Segretissimo” (Mondadori) dell’epoca della gestione Laura Grimaldi.

La copertina è come di consueto firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

533. Non svegliar la spia che dorme (Réseaux sommeil, 1971) di P.J. Herault [14 febbraio 1974] Traduzione di Sarah Cantoni

La trama:

Crepitante, martellante, frizzante, la vicenda di questa spy-story si snoda velocissima in un susseguirsi di colpi di scena e di situazioni da cardiopalma. L’agente d’azione di un servizio segreto francese – un servizio molto particolare, che dipende direttamente dalla Presidenza – è incaricato di rintracciare vivo o morto un individuo che dal suo losco passato ha portato con sé gli elenchi delle «reti in letargo» russe, quelle reti, cioè, da utilizzare dopo anni e anni di inattività totale, quando tutti i sospetti sono ormai sopiti e gli agenti possono muoversi con tutta la libertà e tutta la pericolosità possibili e immaginabili. Naturalmente sono molti i servizi segreti interessati a entrare in possesso degli elenchi: da quello sovietico a quello inglese a quello israeliano. Ma forse quest’ultimo è più interessato a mettere le mani sull’ex criminale nazista che durante la guerra ha seminato terrore e sterminio tra decine di migliaia di persone. In questa corsa contro il cronometro, lo «starter» inconsapevole è il figlio dell’ex criminale nazista, che si trascina dietro, come calamitati, nugoli di agenti segreti, tutti decisi ad arrivare primi e tutti disposti a falcidiare chiunque tenti d’impedirlo.

L’incipit:

Il tempo era splendido, ma il mare, senza essere grosso, faceva ballare il Mousquetaire, un’imbarcazione di sei metri e mezzo e quattro cuccette, che consentivano un equipaggio di cinque persone. Con i suoi ventun metri quadrati di vela, il Mousquetaire era l’ottima bagnarola da diporto sulla quale ero capitano da tre giorni.
Erano cinque, le imbarcazioni che navigavano di conserva fra la Corsica, lasciata la sera prima, e il nord della Sardegna. Un angolo di sogno per gli amanti della vela: la Bretagna del Mediterraneo. Cinque imbarcazioni del club Mare Nostrum, quello che ha impiantato un villaggio su un’isoletta al largo della Sardegna. A bordo di ciascuna, un capitano, villeggiante come gli altri, soltanto un po’ più esperto. L’“Ammiraglio” di quella flottiglia era un istruttore imbarcato sulla N. I. Probabilmente in considerazione della mia età rispettabile, io comandavo l’imbarcazione N. 5.
Era mattina. Una di quelle mattine in cui ci si sente pieni di vita, di forza, di fiducia in se stessi. Da due giorni un forte vento dell’est ci permetteva di fare della vela sul serio e io ero felice di vivere.
Sdraiato in coperta con una cintura di salvataggio sotto la testa a mo’ di cuscino, fantasticavo. L’imbarcazione sbandava mica male e ogni tanto dovevo allungare il braccio per mantenere la posizione. A ovest, sulla linea dell’orizzonte, alcune piccole macchie scure m’indicavano che la rotta era giusta.
Se ben ricordo, al timone c’era Nick. Di sotto, i due che avevano fatto l’ultimo quarto di notte dormivano: Peter, un inglese rubicondo, piccoletto, bravo e simpatico quanto mai, ma per nostra disgrazia pessimo cuoco; e Alain, un bel ragazzo franco-algerino, piuttosto taciturno ma ottimo compagno.
Seduto a prua, coi piedi immersi nella scia del Mousquetaire Jacques, il mio compagno di turno, si godeva come me la dolcezza delle prime ore di sole. Mentre io seguivo con lo sguardo un gabbiano che volteggiava sopra di noi, Jacques si raddrizzò bruscamente.
— Jacques… il mio sole! — protestai.
Jacques fissava qualcosa.
– Si direbbe… Jean-Yves, prestami il tuo binocolo.
Ne avevamo uno su ogni imbarcazione. Come capitano, il nostro lo custodivo io, ma passavo il tempo a prestarlo a destra e a manca. Jacques afferrò la cinghia che gli allungavo, borbottando:
– Santo cielo! Un gommone.
Inarcai le sopracciglia.
– Cosa?
– Ti assicuro, laggiù, a sinistra. Sembra anche che ci sia qualcuno a bordo.
Stavolta trasalii. I canotti di gomma sono degli ottimi natanti, ma certo non per la navigazione d’alto mare, e quella mattina le onde superavano il metro e mezzo. Mi sollevai e, aggrappato alle sartie, scivolai in avanti. Jacques mi tese il binocolo. Lo misi a fuoco e cominciai a ispezionare la superficie del mare.
D’un tratto, lo vidi. Ancora lontano, circa un miglio, ballava spaventosamente sulle onde. Mi girai verso gli altri “Moschettieri” che veleggiavano in lontananza sulla nostra destra, scaglionati. Puntai di nuovo il binocolo. Non c’erano dubbi: s’intravvedeva davvero qualcuno, all’interno. Un canotto alla deriva, in alto mare, è sempre una faccenda preoccupante.

L.

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