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Da Ilaria la bancarellaria arriva un numero d’annata di “Segretissimo” (Mondadori) dell’epoca della gestione Laura Grimaldi.

La copertina è come di consueto firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

638. Lungo viaggio verso New York (71 Hours, 1974) di Michael Mason [19 febbraio 1976] Traduzione di Rosalba Buccianti

La trama:

Sembra che il mondo abbia deciso di ricorrere alla pace, invece che alla guerra. Un importante trattato dovrebbe cementare i vincoli di amicizia tra i paesi, allontanando per sempre lo spettro della paura. Ma c’è qualcuno che non vede di buon occhio una soluzione pacifica dei problemi degli uomini e che tenta in tutti i modi di scatenare la violenza. Gli agenti segreti sono all’erta per impedire che questo avvenga, ma prima di arrivare in fondo alla strada che hanno imboccato dovranno pagare di persona più di una volta.

L’incipit:

Roy Swingle, agente speciale dell’FBI, un metro e novanta, centodieci chili, ex mediano della squadra di rugby dell’università di Alabama, laureato alla facoltà di legge dell’università della Virginia, tornando dal bagno, si fermò vicino alla finestra del soggiorno, scostò le tende e guardò con attenzione la lunga fila di automobili in sosta al di là della strada mentre gli autisti in crocchio presso il portone si stavano probabilmente raccontando i pettegolezzi che circolavano per Washington.
— Gli arabi stanno dando un altro dei loro soliti ricevimenti del venerdì sera — commentò Swingle, rivolgendosi al giovane che sedeva sul divano e guardava la televisione. — Se mai dovessero diventare abili soldati come sono ospiti zelanti, uno di questi giorni riuscirebbero forse a vincere una guerra.
— Bob Cousy dice che bisogna perdere per imparare a vincere — rispose il giovane alzando le spalle.
— Se così fosse gli arabi ormai avrebbero già conquistato il mondo — ribatté Swingle.
Peter Prudhomme, piccolo, bruno, di tre anni più giovane di Swingle, sorrise. Abitavano nello stesso complesso residenziale della zona nordovest della capitale, erano amici da già cinque anni e trascorrevano spesso le loro serate nell’appartamento del più giovane seguendo insieme, sullo schermo televisivo, le alterne vicende della loro squadra di baseball preferita, i Senator di Washington. Si confidavano l’un l’altro soddisfazioni e frustrazioni e parlavano delle loro carriere: Swingle prestava servizio presso l’ECI, il dipartimento spionaggio e identificazione dell’FBI e Prudhomme era sottosegretario al protocollo del ministero degli Interni.
— Maledizione! Di questa squadra di buffoni potrei dire esattamente quello che dici degli arabi… — esplose Prudhomme, alzandosi deluso per cambiar canale e passare al telegiornale delle undici. — Se una squadra di baseball che si vanta di essere tra le migliori perde per quattordici punti in una sola partita, si merita solo di essere retrocessa in serie C.
Swingle non rispose. Stava seguendo con attenzione l’intervista di un giornalista della televisione a un alto funzionario della polizia metropolitana di New York sulle misure di sicurezza adottate per proteggere i molti uomini di Stato che dovevano partecipare alla firma del trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Annunciato dal presidente come un importante passo avanti verso un accordo definitivo che doveva finalmente far sparire le armi nucleari da tutti gli arsenali del mondo, il trattato rappresentava il punto più alto cui erano arrivati gli uomini politici dopo lunghe e snervanti trattative e dopo una serie di precedenti accordi molto pubblicizzati, ma risultati purtroppo deludenti e inutili, sul controllo delle armi nucleari. Prevedeva un programma articolato di smantellamento delle installazioni e degli impianti di produzione americani e sovietici lungo un arco di cinque anni, e la creazione di una serie di commissioni tecniche e militari delle due nazioni sotto l’egida dell’ONU per osservare, controllare e verificare che le complesse clausole del trattato venissero rispettate. Tutte le nazioni in possesso di armamenti di tipo nucleare erano state invitate a sottoscrivere il medesimo trattato, un invito che Pechino aveva’ denunciato; la Cina di Mao considerava il trattato “come una ulteriore trappola deH’imperialismo americano e del socialimperialismo sovietico per ingannare e tentare di sconfiggere i popoli rivoluzionari”.

L.

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