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Da Ilaria la bancarellaria arriva un numero d’annata di “Segretissimo” (Mondadori) dell’epoca della gestione Laura Grimaldi.

La copertina è come di consueto firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

417. “Shalom”, Matt [Frank Matthews, alias Matt 11] (Shalom, Mr Matt, 1971) di François Chabrey [25 novembre 1971] Traduzione di Sarah Cantoni
Inoltre contiene:
Bormann Story e Gehlen Story, di Joseph Daybreak
105 spie, di Joseph Daybreak

La trama:

Nella migliore tradizione della spy-story francese si inserisce François Chabrey, nuovo per i lettori di “Segretissimo”, ma da qualche anno ormai sulla breccia per i «cugini d’Oltralpe». E, come i suoi colleghi e connazionali, Chabrey mostra un gusto spiccato per la costruzione dell’intreccio avvincente e carico di suspense, senza per questo discostarsi dalla realtà politica che viviamo e senza sentire la necessità di creare il personaggio dell’agente-superman che polarizzi su di sé l’attenzione del lettore. In «Shalom», Matt, che abbiamo scelto come biglietto di presentazione, il clou del romanzo è dato da un episodio realmente accaduto in quella che, con un termine abbastanza lato, possiamo chiamare la questione arabo-israeliana: il trafugamento da parte di un commando di Tel Aviv di un radar pesante tonnellate. Notizia che, a suo tempo, è stata riportata dai giornali di tutto il mondo, ma di cui non si sono mai conosciuti i particolari. Chabrey, con la fervida fantasia dello scrittore di razza, prova a spiegarlo, e ne viene fuori una descrizione così serrata e avvincente da farne un vero e proprio capolavoro del genere. Tutto il romanzo, per come è concepito fin dalla prima pagina, è un continuo susseguirsi di colpi di scena: dalla partenza da Roma di un sicario senza scrupoli, all’attentato al consolato USA di Ginevra; da come arrivano in Israele i piani preparati in Svizzera per la trasformazione dei Mirage III, a come gli stessi piani vengono fotografati dai russi.

L’incipit:

Il carrello d’atterraggio è fuori. I turbini d’aria che si riversano a trecento chilometri all’ora nel suo alloggiamento, provocano i soliti sobbalzi. Poi la manovra di discesa entra nella fase finale. I pesanti pneumatici del DC8 gemono toccando la pista, l’urlo dei reattori si fa assordante. L’atterraggio è perfetto.
Attraverso l’oblò, Flavio Rossetti ha visto delinearsi sempre più nitidamente l’aeroporto di Ginevra-Cointrin.
Non può trattenere un leggero brivido. Sono i primi di marzo, e quando ha lasciato Roma, all’inizio del pomeriggio, il tempo era bello, quasi primaverile. A Ginevra invece il cielo è grigio, basso; sta per annottare, benché siano appena le cinque e mezzo. Raffiche di pioggia mista a neve danno un’aria di tristezza a tutte le cose.
L’aereo si arresta. Prima di avviarsi sulla passerella di sbarco, Flavio Rossetti si stringe freddolosamente nel leggero soprabito che ha portato con sé. Una hostess gli rivolge un gentile sorriso, e lui ritrova la maggior parte del suo ottimismo nei corridoi sotterranei deliziosamente riscaldati dove un “tapis roulant” lo conduce agli edifici principali dell’aeroporto.
Ha buoni motivi per essere ottimista.
Il lavoro che ha accettato di fare è l’ultimo della sua carriera; se lo è promesso formalmente e l’ha perfino giurato davanti a un’immagine a quattro colori della Madonna. E non una Madonna qualsiasi: la Madonna del Sasso, i cui interventi miracolosi sono ufficialmente registrati. Assassino all’occorrenza, si sa, è il suo mestiere; ma profondamente devoto.
E dopo il contratto, finalmente un’esistenza tranquilla con Angela Pavesi, il suo meraviglioso amore, anche lei credente come si conviene, e dotata del più bel seno della penisola italiana, per non parlare del resto. Angela è già partita per Caracas con tutti i loro risparmi, compreso un cospicuo acconto sul contratto in corso. Appena eseguito il “lavoro”, lui la raggiungerà in Venezuela.
Nel grande atrio dell’aeroporto di Ginevra-Cointrin, Flavio Rossetti aspetta pazientemente i suoi bagagli. Ha passato senza intralci il controllo della dogana. Tutto a posto.
Certo, lui è un assassino, ma un assassino professionista, il che è un po’ diverso. Documenti in regola, bella presenza, abito su misura, una patina di mondanità sufficiente per trovarsi a suo agio in un albergo di lusso, il mento forte, vagamente mussoliniano, che incute soggezione ai subalterni. Più niente in comune con l’insignificante Flavio Rossetti, terzo rampollo maschio di una miserabile famiglia romagnola. I due fratelli maggiori sono emigrati, uno a Toronto, in Canada, l’altro a Caracas, nel Venezuela; i genitori sono morti, e l’ascesa sociale è incominciata: ruberie, furti di biciclette, di macchine, giri loschi, traffici vari, risse, poi le organizzazioni serie, il primo morto, l’ingranaggio, il gusto di uccidere e, da quel momento, il risveglio di una specie di coscienza professionale, l’amore del lavoro ben fatto. E i contratti sempre più redditizi, una fama a livello europeo.

L.

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