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Parte in ritardo il 2019 delle uscite mondadoriane.

La scheda di Uruk:

53. Sherlock Holmes. Orrore nel West End (The West End Horror, 1976) di Nicholas Meyer [gennaio 2019] Traduzione di Attilio Veraldi

La trama:

L’assassinio di un critico teatrale non dovrebbe suscitare eccessivo scalpore. Dopotutto la categoria non è nota per attirare simpatie, e non esiste forse mestiere più indicato se uno vuole farsi dei nemici. Sherlock Holmes tuttavia non è solito accontentarsi di ciò che appare ovvio al resto del genere umano, e quando l’amico George Bernard Shaw, promettente commediografo, gli sottopone il caso di Jonathan McCarthy, accetta di prenderlo in esame. La scena del crimine è tale da impressionare perfino un medico di lungo corso come Watson. Occhi e bocca spalancati in un raccapricciante grido silenzioso, la vittima è stata pugnalata nel suo studio con un tagliacarte d’avorio. Poco prima di morire dissanguata, ha afferrato un libro da uno scaffale, probabilmente per lasciare una qualche traccia utile alle indagini. Pane per i denti del segugio di Baker Street. Soltanto lui, guidato dalla stella polare di una logica infallibile, saprà orientarsi in una vicenda dagli sviluppi inattesi e spaventosi. Elaborando una soluzione che nessun ispettore di Scotland Yard, tantomeno il povero Lestrade, sarebbe mai in grado di concepire.

L’incipit della Premessa di Meyer:

Una delle conseguenze di rilievo della pubblicazione della Soluzione sette per cento fu certamente il gran numero di lettere che, nella mia qualità di curatore, ricevetti da tutto il mondo. Come avevo previsto all’epoca, il manoscritto finì con il ritrovarsi al centro di un accesa controversia e la gente mi scrisse su ogni sorta di carta e con ogni sorta di sintassi, ortografia e punteggiatura, comunicandomi ciò che pensava circa l’autenticità del libro. (Enumero tra i miei corrispondenti anche un liceale di Juneau, in Alaska, il quale mi telefonò una mattina piuttosto presto, immaginando evidentemente che Los Angeles fosse un’ora avanti anziché indietro, per informarmi che secondo lui ero un impostore.)
Il risultato più bizzarro dell’uscita del libro fu, tuttavia, la riapparizione di numerosi altri manoscritti watsoniani “perduti”, per l’esattezza non meno di cinque, tutti regolarmente sottoposti alla mia attenzione di curatore del primo. In realtà, mi pervennero da fonti varie quanto i loro straordinari contenuti: da un pilota d’aereo di Texarkana, nel Texas; da un diplomatico in Argentina; da una vedova di Racine, Wisconsin; da un rabbino in Svizzera (questo, in particolare, scritto in italiano!); e da un signore dal mestiere non ben definito, ritiratosi in pensione a San Clemente, California.
Oltre a essere tutti interessanti, questi manoscritti erano accompagnati dalla spiegazione della loro origine e della ritardata ricomparsa, insieme al racconto delle circostanze nelle quali erano stati redatti. Almeno due, pur essendo decisamente affascinanti, erano chiaramente falsi (uno addirittura di stampo pornografico), un terzo era in sostanza un trattato di politica a malapena velato, il quarto un tentativo di dimostrare l’origine ebraica di Holmes (ma non era quello inviatomi dal rabbino svizzero), e un altro ancora…
Il caso che state per leggere è tratto dal manoscritto appartenente alla signora Marjorie Verner di Racine, nel Wisconsin. Prima che mi fosse fatto pervenire avevo ricevuto dalla signora la seguente lettera, indirizzata presso il mio editore a New York.

L.

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