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Numero d’annata di “Segretissimo” (Mondadori) dell’epoca della gestione Laura Grimaldi.

La copertina è come di consueto firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1110. L’ora della vendetta (A Grave for a Russian, 1985) di Charles C. Vance [13 novembre 1988] Traduzione di Marcello Jatosti
Inoltre contiene il racconto: [Top Secret] Influenza cubana, di Marcello Jatosti
Inoltre contiene il saggio: L’arma c’è ma non si vede, di Marzio Tosello

La trama:

Mikhail Karlov è l’agente numero uno della CIA. È esperto in sabotaggi, esplosivi e in tutte le altre tecniche utili per uccidere. Nato in Russia, cresciuto in America, possiede i requisiti particolari che rendono micidiale una spia: intelligenza superiore, addestramento superbo e un’ossessione per la vendetta. E ora per Karlov è arrivato il momento di tornare nella sua patria d’origine… e di pareggiare i conti. Là vive lo spietato colonnello che ha torturato sua madre e imprigionato suo padre. E quest’uomo si frappone fra Karlov e gli importanti segreti che l’Agenzia desidera disperatamente. In preda al fuoco incandescente dell’odio, aiutato da una bella ragazza russa che condivide la sua stessa sete di vendetta, Karlov deve realizzare un piano di terrore, distruzione e omicidio. L’unico premio sarà uscirne vivo. Altrimenti, Karlov finirà in una fossa senza nome.

L’incipit:

Mikhail Karlov, adattando lo sguardo all’oscura distesa del Mar Nero, vide la torretta del sommergibile stagliarsi nella pallida luce lunare che rischiarava le acque increspate dalla brezza.
Indossava una giacca a vento della Marina turca, il cappuccio alzato per ripararsi dal freddo notturno e dagli spruzzi sollevati dalla lancia che si avvicinava al sottomarino. Nel giro di pochi minuti, la lancia accostò e gli uomini dell’equipaggio afferrarono la cima che venne loro lanciata. Scelse il momento giusto per saltare sulla scaletta che venne calata dal ponte, mentre udiva le voci dei turchi sopra di lui.
Arrivato su, delle braccia l’aiutarono a issarsi e lo guidarono verso la torretta. Scese senza difficoltà gli scalini di ferro, e batté le palpebre nella luce violenta. In fondo, si trovò di fronte a un ometto che portava un’uniforme senza mostrine.
— Mikhail, benvenuto a bordo! — disse il capitano Pell, tendendogli la mano. — Allora, ci siamo?
Di sopra, udirono i rumori dell’equipaggio turco che scendeva e il portello che si richiudeva.
Mikhail tirò giù la lampo della giacca a vento e si abbassò il cappuccio. Guardò oltre l’ufficiale gli altri americani e i marinai turchi piazzati ai loro posti. Tutti lo osservarono con grande curiosità. I quattro americani non portavano mostrine. Non ne riconobbe nessuno.
Pell lo condusse lungo l’angusto corridoio fino alla cabina del comandante. All’interno, una volta chiusa la porta, gli disse: — Evidentemente il volo è andato bene, Mikhail, e anche il trasporto via terra. Sei in orario. — Lo scrutò intensamente, senza batter ciglio.
— Sei sempre deciso a entrare?
— Sì.
Pell fece un cenno di assenso.
— Era una domanda retorica. So bene che non ci rinunceresti per nessun motivo. — Sorrise. — Adesso mangiamo qualcosa, e intanto riesaminiamo tutto il piano.
Mikhail non rispose al sorriso.
— Vado là dentro e porto fuori mio padre. E ucciderò quel figlio di un cane che ve lo ha rinchiuso.
L’espressione di Pell si fece seria. — Ne sono certo.
Sentirono i motori del sottomarino che si mettevano in movimento.
Erano diretti verso la costa ucraina dell’URSS.

L.

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