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Trovato su bancarella questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” dalla copertina decisamente invitante: l’illustrazione è, come di consueto, del grande Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1249. Glenn Bowman: epitaffio per Joanna [Glenn Bowman 31] (Epitaph for Joanna, 1972) di Hartley Howard (Harry Carmichael) [7 gennaio 1973] Traduzione di Luciana Agnoli Zucchini
– Inoltre contiene il racconto:
Uno sbuffo di fumo rossastro (A Puff of Orange Smoke, da “EQMM”, dicembre 1972) di Lael J. Littke

La trama:

«Ricordi che cosa accadde in una notte di giugno, ventitré anni fa? Anche se Joanna è morta, il tuo segreto è vivo. Che cosa credi che ti succederà, se informerò la polizia?» Questa è la prima di molte lettere minatorie, che creano un crescendo di tensione, in un’atmosfera torbida, come torbida sa essere solo l’atmosfera del ricatto. Preso nel vortice di un gioco più grande di lui, un uomo abituato a trattare con crimini e criminali di mezza tacca ci lascia inevitabilmente la vita. Ma pochi minuti prima di essere assassinato dentro una cabina telefonica, quest’uomo parlava con Glenn Bowman. E Glenn Bowman, si sa, è invece abituato a trattare con crimini e criminali di alto livello, gioca come un funambolo con indizi e colpi di rivoltella, tiene testa non solo ai suoi nemici naturali, quelli della mala, ma anche ai tutori dell’ordine, che tentano con tutti i mezzi di strappargli notizie e indizi, nella speranza di non farsi bruciare di nuovo sul tempo. Ma è proprio sulla lunghezza e sul tempo che si misurano i cavalli di razza, e Bowman è addirittura un fuoriclasse.

L’incipit:

Era stata una bella giornata di primavera e l’aria continuò a essere tiepida a lungo, anche dopo il tramonto. Tiepida, polverosa e inquinata dalle esalazioni della benzina. All’ora di cessare il lavoro, avevo più voglia di bere che di mangiare. Chiusi a chiave il mio canile, di metri 3,50 per 3, e andai a piedi fino a Dobbie’s Parlour, in West Broadway. Anche se non si trattava di un locale molto distinto, almeno la birra era sempre fresca.
La maggioranza degli sgabelli, davanti al bancone del bar, erano vuoti. C’era la solita mescolanza di relitti della città bassa: una prostituta dall’espressione dura, un anziano vagabondo con schiuma sui baffi, un beone che fissava il vuoto e parlava da solo, un paio di marinai, il cui aspetto tradiva che avevano fatto il pieno.
Nessun altro, salvo il barista dall’aria malinconica, che strofinava i bicchieri. E salvo Gary Calhoun.
Voltava le spalle alla porta e lo riconobbi soltanto quando gli passai accanto. Se lui non avesse riconosciuto me, nello stesso istante, avrei tirato diritto.
Invece allungò una mano e mi afferrò per la manica.
— Ma guarda, guarda — fece.
— Che buffo, incontrarti.
— Che c’è di buffo? — chiesi.
— Be’, ieri pensavo a te.
— E con questo? Oggi è oggi.
Il viso scimmiesco di Calhoun assunse un’aria un po’ aggrondata, poi lui mi rivolse un largo sorriso, mettendo in mostra due file di denti.
— Sbaglio — disse — o mi batti freddo?
— Non sbagli — risposi.
— Mi vorresti spiegare perché ti comporti sempre come se io avessi la peste?
— Per me ce l’hai, e adesso molla la mia manica.

L.

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