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Mauro Boncompagni, colonna portante del Giallo Mondadori, presenta questo marzo la sua nuova opera di raccolta.

La scheda di Uruk:

89. Il nemico alla porta, a cura di Mauro Boncompagni [marzo 2019] Euro 6,90
Introduzione, di Mauro Boncompagni
La vittima è presente (Put Out the Light, o Sinister Light, 1931), di Ethel Lina White – Traduzione di Hilia Brinis
• TRAMA: In un’imponente residenza sulla collina la ricchissima Anthea Vine tiene in suo potere tre ragazzi, adottati quando erano bambini poveri. Donna crudele e dispotica, odiata da tutti dentro e fuori casa, è la candidata ideale per un assassinio. E quando in effetti viene uccisa, il placido ispettore Pye sembra il meno adatto a inoltrarsi fra le ombre sinistre e i torbidi segreti che si annidano tra quelle mura.
La svista del signor Pottermack [Dottor John Thorndyke] (Mr. Pottermack’s Oversight, 1930), di R. Austin Freeman – Traduzione di Marilena Caselli
• TRAMA: Per architettare il delitto perfetto bisogna essere metodici, e il signor Pottermack lo è. Il piano per liberarsi del ricattatore che conosce il suo passato inconfessabile prevede un pozzo nascosto e vari accorgimenti che gli eviteranno accuse e sospetti. Un piano a prova di bomba, tranne che per un dettaglio. Il compito di individuarlo toccherà a uno più metodico di lui: il dottor Thorndyke, lo scienziato dell’investigazione.
Il pomeriggio di un truffatore (Afternoon of a Phony, da “Detective Fiction Weekly”, 14 novembre 1936), di Cornell Woolrich – Traduzione di Mauro Boncompagni
• TRAMA: Clip Rogers è abituato a spacciarsi per qualcun altro. Lo richiede il suo mestiere per spillare soldi ai creduloni. Mai avrebbe pensato tuttavia di ritrovarsi nei panni di un detective, chiamato a risolvere un caso di omicidio avvenuto in un albergo di provincia. Quanto a fiuto professionale, Clip non ha niente da invidiare a un poliziotto. Ne avrà bisogno per smascherare un assassino insospettabile.

L’incipit dell’Introduzione:

Nel romanzo poliziesco, si può dire che il nemico sia sempre alla porta. Laddove ce un crimine su cui indagare, c’è anche chi l’ha perpetrato, un individuo che ha danneggiato o ucciso un nemico e che, a sua volta, diventa nemico di colui che, chiamato a indagare, ha il preciso compito di smascherarlo. E se il detective accetta un tale compito, è proprio perché si prende a cuore le sorti della vittima, della quale diventa in qualche modo amico, sia pure postumo. Dunque, l’opposizione amico-nemico, cara a un teorico come Cari Schmitt, non funziona solo nella politica, ma ha modo di farsi valere anche nella generalità dei romanzi polizieschi (e non solo, naturalmente).
Ma se nel giallo c’è sempre almeno un nemico, spesso costui si manifesta in modo altamente drammatico. Diventa non solo un avversario, ma anche un aguzzino, un persecutore, e la sua vittima si trasforma in una preda. È il caso delle tante “damsels in distress” che ricorrono in numerosi polizieschi passati e presenti che il lettore ha imparato a conoscere e, sicuramente, anche ad amare. Da Mary Roberts Rinehart a Patricia Wentworth, da Mary Higgins Clark a Carlene Thompson, il giallo è popolato di molteplici figure al femminile che cadono in macchinazioni più grandi di loro e vengono prese di mira da un burattinaio invisibile senza nemmeno capire il perché. Una delle autrici che si sono maggiormente soffermate sul tema è sicuramente Ethel Lina White, una giallista sui generis che meriterebbe un recupero integrale della sua opera, ancora in gran parte inedita in italiano, e che ha popolato i propri romanzi di innocenti eroine disposte a tutto pur di mettersi nei guai.

L’incipit de “La vittima è presente”:

Quando la signorina Vine saliva in camera per andare a letto, la sua ombra si proiettava sulla parete marmorea della scala. Dapprima era una forma imprecisa che si muoveva confusamente dietro di lei, poi cresceva fino a raggiungere la sua statura e avanzava di pari passo. Alla curva della scala, l’ombra diventava improvvisamente tenibile e mostruosa, deformandosi e allungandosi sopra la sua testa, fino a lanciarsi davanti a lei nella stanza. A questo punto, la signorina Vine provava sempre un senso di sgomento. Sentiva che la sua ombra andava in cerca di un’altra ombra più nera che una notte sarebbe stata là ad attenderla…
Le luci di Oldtown brillavano come api dorate sulla conca buia, cercando di vincere le tenebre. Nel caotico disperdersi di punti luminosi, era facile distinguere la fila di lampade di High Street e il quadrante dell’orologio sul palazzo del municipio. Un’altra luce era caratteristica e facilmente riconoscibile: quella che ogni sera alle undici si accendeva nell’ala sinistra del grande edificio di Jamaica Court. I facchini della stazione la osservavano perché era più puntuale dei loro treni. Quella luce era informativa, diffondeva una specie di bollettino: la signorina Vine andava a letto.
A mezzanotte precisa la luce si spegneva.

L’incipit de “La svista del signor Pottermack”:

Il pomeriggio di un’afosa giornata di fine luglio stava cominciando a sfumare nella sera. L’occhio rossastro del sole calante sbirciava dagli squarci di un banco di nuvole nere, quasi a voler dare un’ultima occhiata alla grande distesa di terra e di acqua prima di ritirarsi per la notte, mentre già, a est, nel soffice cielo dalle sfumature grigioverdi, la luna nascente pendeva come un’enorme perla.
Era una scena triste, desolata, ma che infondeva anche una grande pace. Da un lato scorreva tranquilla l’acqua di un ampio estuario, dall’altro si trovava una vasta zona paludosa; tra le due correva un muraglione che seguiva fedelmente le curve e le rientranze della costa e che sembrava perdersi nel nulla.
Il luogo era immerso in un profondo silenzio. Sull’acqua immota, oltre la secca, erano attraccate due imbarcazioni e, a una certa distanza, una goletta e un paio di grosse barche a remi risalivano con lentezza la corrente. Dall’altra parte, in un prato al centro della palude, alcune pecore brucavano tranquillamente l’erba, e nel fossato che costeggiava il muraglione i topi d’acqua nuotavano lungo la riva o se ne stavano distesi sull’argine a lisciarsi il pelo. Non cera alcun suono, se si eccettuava il l’umore quasi impercettibile dei topi sulla riva e di tanto in tanto il querulo richiamo di un gabbiano.

L’incipit de “Il pomeriggio di un truffatore”:

Clip Rogers, conosciuto anche come Rodge lo Speculatore, o come Harry l’Ossesso, o come… ma controllate voi stessi negli archivi di polizia… fermò la macchina presa a noleggio (sua per i successivi sessanta minuti) davanti a una costruzione maestosa e piena di fascino. La costruzione era maestosa non per la sua altezza o la sua mole, ma per la qualità dei materiali che erano stati usati per erigerla. L’intelaiatura dell’edificio, alto solo due piani, consisteva di strutture metalliche del tipo di quelle che di solito vengono usate solo per i grattacieli. Il materiale intorno al basamento era dell’ottimo basalto, ben levigato. I mattoni che giacevano impilati sul bordo della strada, in attesa di essere inseriti nella parte superiore della facciata, erano della migliore qualità.
Clip indicò l’edificio facendo compiere alla mano un semicerchio, come se fosse una sua proprietà, e si voltò sul sedile per rivolgersi ai due individui che sedevano dietro. — Bello, eh? — osservò, guardando il più corpulento dei due. — Non c’è niente di meglio che vedere le cose di persona, vero? Be’, che ne dice, signor Hemingway? Le piace l’idea di diventare mio socio? Mi stia a sentire. Io ho un disperato bisogno di trovare un po’ di contanti nel più breve tempo possibile. Sa, fino a questo momento sono stato l’unico finanziatore dell’impresa e, come può vedere, non ho badato a spese. Sarebbe un delitto fermarsi proprio adesso, quando l’edificio è a un passo dall’essere terminato. Piuttosto che rivolgermi a una banca, e pagare gli interessi esorbitanti che di solito le banche richiedono, preferirei coinvolgere nel progetto qualche privato.

L.

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