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La Sperling & Kupfer, storicamente attenta al genere novelization, porta in libreria il romanzo tratto dal film omonimo di Robert Rodriguez, con sceneggiatura di James Cameron e Laeta Kalogridis.

Sul Zinefilo presento i primi due capitoli del romanzo.

La scheda di Uruk:

Alita. Angelo della battaglia (Alita: Battle Angel, 2019) di Pat Cadigan [12 febbraio 2019] Traduzione di Elena Cantoni e Antonio David Alberto

La trama:

26° secolo. La Città di Ferro è un luogo senza speranza. Nella discarica di rottami, una giornata sta per terminare come tutte le altre quando il dottor Ido trova il corpo semidistrutto e apparentemente senza vita di una ragazza cyborg, costruito con una tecnologia sofisticatissima ormai perduta nella notte dei tempi. La convinzione che in lei risiedano l’anima e il cuore di una combattente dal passato straordinario spingono il dottore a cercare di riportarla in vita donandole un nuovo corpo e un nome: Alita. Al risveglio, la ragazza non ha alcuna memoria del suo passato e non conosce nulla del suo presente, anche se sente dentro di sé una forza immensa che preme per esplodere. Il dottor Ido lo sa e, proprio come un padre, cerca di proteggere Alita non solo dalla violenza, dall’ingiustizia e dalla corruzione che imperversano nella Città di Ferro, ma anche dalla stessa potenza distruttrice che la ragazza nasconde in sé. Ma il passato non si può dimenticare e, grazie all’amore per il ribelle Hugo, Alita ritrova la sua vera identità e decide di impiegare tutta la sua potenza per combattere il male. Come un Angelo della Battaglia, pronto a vegliare sui giusti e a lottare al fianco dei più deboli per un mondo migliore.

L’incipit:

La città sospesa di Zalem era più bella al tramonto. Così diceva la maggior parte delle persone. O, perlomeno, così pensava che si dicesse la maggior parte delle persone. In realtà Zalem, che fluttuava a mezz’aria come il trucco di un prestigiatore, era incredibile a ogni ora del giorno e della notte. Sembrava quasi un reame mitologico — El Dorado, il regno del Prete Gianni, Camelot o la lontana Thule —, tranne per il fatto che non era perduta. Chiunque nella Città di Ferro poteva vederla. Bastava alzare lo sguardo: un perfetto cerchio di otto chilometri, sempre presente e irraggiungibile.
La popolazione del suolo sapeva solo tre cose della città sospesa: 1) che la Fabbrica della Città di Ferro serviva al sostentamento di Zalem e inviava rifornimenti di cibo e beni lavorati attraverso lunghi tubi che assomigliavano alle zampe sinuose di un ragno; 2) che da quei tubi non si poteva raggiungere Zalem — salivano solo le provviste,
mai le persone; e 3) che per nessuna ragione dovevi trovarti sotto il centro esatto di Zalem se non volevi finire schiacciato dalla spazzatura, da rifiuti e rottami in generale che senza alcun preavviso venivano buttati giù dal largo e malridotto buco di scarico che si trovava nella parte inferiore del disco.
Così stavano le cose e nessuno aveva memoria di niente di diverso. Tanto tempo prima c’era stata una Guerra contro un Nemico, che aveva lasciato il mondo in quella triste situazione, con la popolazione del suolo costretta ad arrabattarsi per mettere le mani su qualunque rottame potesse essere riattivato o ricostruito, mentre Zalem rimorchiava ogni tipo di ricchezza Nessuno aveva il tempo o la voglia di chiedersi come si vivesse prima della Guerra: erano tutti troppo impegnati a cercare di tirare avanti per potersi interrogare sul passato.
Il cyber-chirurgo Dyson Ido era una delle poche persone della Città di Ferro ad avere una conoscenza approfondita della storia: la Guerra, la Caduta e il motivo per cui delle dodici città sospese originarie era rimasta solo Zalem. Tuttavia in quel momento, mentre il sole tramontava su un altro lungo giorno trascorso a curare i pazienti della sua clinica, Ido non stava pensando al passato. Stava scavando nella pila di rifiuti di Zalem, in una zona intermedia tra il centro e il bordo della discarica, in cerca di qualcosa di recuperabile.
La continua caduta di nuovi rifiuti e la regolare attività degli spazzini portavano alla luce oggetti sempre nuovi e a volte il materiale che era rimasto sepolto in prossimità del centro poteva riaffiorare. L’area che Ido stava perlustrando spesso nascondeva pezzi che potevano essere riparati o ricostruiti — a volte addirittura bastava una semplice ripulita, gli abitanti di Zalem erano una manica di spreconi — ed era abbastanza lontana dal punto di scarico da permettere al dottore di muoversi senza correre il rischio di restare schiacciato dai nuovi arrivi. Sempre ammesso che nessuno buttasse giù una casa intera… Ma una cosa del genere non si era ancora verificata, o almeno non tutta in una sola volta.
Ido concludeva molte delle sue giornate tra la spazzatura, usando uno scanner portatile per captare l’attività elettronica o biochimica proveniente da frammenti di tecnologia ricaricabile. Un osservatore dall’occhio particolarmente attento avrebbe notato che, per quanto malconcio, il suo cappotto era bello, troppo bello per la Città di Ferro. Indossava poi un cappello vecchio stile, che su qualsiasi altra persona sarebbe sembrato una patetica ostentazione, ma che su di lui invece era perfetto, visto il suo portamento. Il modo in cui camminava faceva pensare a un uomo istruito, importante, che era finito lì in seguito a scelte sbagliate. Ma nessun osservatore avrebbe mai potuto immaginare che un tempo avesse vissuto nel lusso e nel privilegio e che, dopo aver perso tutto, si fosse ridotto a farsi strada tra i rifiuti di un mondo migliore.
A Ido la sua precedente esistenza gli sembrava estranea quanto quella Guerra di cui nessuno serbava più alcuna memoria. Di lui si sapeva solo che era un ottimo cyber-chirurgo e che offriva i propri servizi dietro un’offerta libera. Cosa che i suoi pazienti consideravano un miracolo paragonabile quasi alla stessa città sospesa, ma mille volte più utile. I cyborg che si affidavano alle sue cure gli erano riconoscenti e lui era felice che non gli avessero mai chiesto come avesse acquisito le proprie abilità, da dove venisse o come si fosse fatto quella piccola e pallida cicatrice sulla fronte. Ma in fondo tutti nella Città di Ferro avevano cicatrici, oltre a un passato di cui non volevano parlare.

«Si stava godendo a fondo la sensazione di avere un corpo Berserker. Quella del suo corpo organico non riusciva più a ricordarla, ma immaginava che fosse qualcosa di molto simile. Sempre ammesso che quel corpo fosse stato in forma smagliante.
Il cambiamento però non era soltanto fisico. Era come se la forza che sentiva nelle braccia, nelle gambe, nelle spalle, nel busto e nella schiena fosse stata da sempre dentro di lei, in attesa di venire scoperta. O risvegliata. Forse doveva solo acquisirne consapevolezza. Forza e resistenza sono qualità fisiche, ma era il suo nucleo più profondo a portarle in vita. Il ricordo del passato non era ancora riaffiorato del tutto, ma in quel momento stava sperimentando la memoria motoria di essere viva, cosciente e incarnata. Uno spirito guerriero in un corpo da guerriera.»

L’autrice:

Pat Cadigan è una scrittrice americana di fantascienza. Con i suoi libri ha vinto numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui l’Arthur C. Clarke Award (per due volte), il Locus Award (ben tre volte) e l’Hugo Award.

L.

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