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Da Ilaria la bancarellaria arriva un numero d’annata di “Segretissimo” (Mondadori) dell’epoca della gestione Laura Grimaldi.

La copertina è come di consueto firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

199. Nick Carter: destinazione Hanoi [Killmaster 15] (Hanoi, 1966) di Nick Carter [21 settembre 1967] Traduzione di Moma Carones

La trama:

Non è un mistero per nessuno che ad Hanoi è in gioco la pace mondiale, così come non è un mistero che gli agenti segreti non possono avere posizioni politiche personali: eseguono e basta. Sicché quando Nick Carter viene inviato nel Vietnam del Nord la sua unica preoccupazione, oltre quella di salvare la pelle, è di portare a termine la missione che gli è stata affidata. Una missione, inutile dirlo, rischiosissima e sfibrante in tutti i sensi, non escluso quello in cui Nick Carter eccelle. Ancora una volta il romanzo di spionaggio registra come un sensibilissimo sismografo gli assestamenti e le scosse dell’attualità politica. Infatti, in questo intrigo internazionale le forze in campo sono tre: Stati Uniti, Cina comunista e Unione Sovietica, con il Vietnam come «occhio del ciclone». Incomprensibili messaggi cifrati intercettati da un distaccamento speciale U.S.A. nei pressi di Hanoi portano alla scoperta di un campo fortificato in cui alcuni scienziati lavorano da tempo intorno a un nuovo misteriosissimo missile. Il compito di Nick Carter è di chiarirne l’uso.

L’incipit:

Il sergente Ben Taggart del distaccamento Q-40 del Corpo scelto, giaceva bocconi e tratteneva il respiro. I piedi della guardia gli passarono a pochi centimetri dalla testa e andarono a perdersi nell’oscurità della notte vietnamita. Taggart ormai conosceva a memoria l’itinerario della ronda; era già la terza notte che spiava quel posto e aveva imparato tutto sul pattugliamento cinese. Però non sapeva perché ce ne fossero così tanti, di cinesi, e ignorava il motivo per cui fossero cinesi anziché vietnamiti. Ignorava pure lo scopo di quella vigilanza e la natura di quel « qualcosa » che veniva tenuto d’occhio con una cura così scrupolosa.
Entro un minuto e mezzo esatto la guardia sarebbe tornata indietro. Taggart aspettò per parecchi secondi cronometrati con attenzione, poi attraversò gattoni il sentiero per raggiungere il posto d’ascolto che s’era scelto. Si trattava di un folto di cespugli che quasi sfiorava l’alta e fitta rete di filo spinato che lo separava da quel complesso di edifici mimetizzatissimi.
Da quel punto Taggart riusciva a tener d’occhio la grossa baracca Quonset che pareva servisse da alloggiamento a buona parte di quegli uomini in borghese.
Si sistemò nel suo nascondiglio con cautela, assicurandosi che non potessero scorgerlo né dal sentiero né dall’accampamento. Stette ben accorto anche a non toccare il filo spinato. Un piccolo esperimento della prima notte gli aveva dimostrato che in quel filo passava tanta forza elettrica da accoppare un elefante. Si accoccolò sotto le foglie e sbirciò dall’altra parte.
Il complesso era illuminato dalla solita luce fioca e bluastra che rivelava gli edifici bassi e massicci con un chiarore quasi lunare. Non si trattava di una caserma, sia pure provvisoria, e quegli uomini non erano soldati, anche se avevano tante armi da poter difendere, se occorreva, una fortezza. Ne osservò un paio che andavano avanti e indietro assieme e senza fretta e che erano muniti di baionette dell’esercito. Ancora una volta si domandò cosa facessero tanti cinesi in uniforme in quel punto così vicino a Hanoi. Gli passarono davanti in silenzio. Alle sue spalle la guardia di ritorno risalì il sentiero.
Taggart si tolse il berretto verde per infilarsi un aggeggino minuscolo in un orecchio. Era stato il radio-operatore Mick Mancini a inventare quell’apparecchietto e a dargli il nome scherzoso di «corno acustico». Quantunque il suo raggio d’ascolto fosse breve, riusciva però ad amplificare tutti i suoni che si trovassero alla sua portata.

L.

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