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Dopo più di dieci anni in attesa di lettura, è il momento di schedare e poi “lasciar andare” questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori“.

L’illustrazione è, come di consueto, del grande Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1915. Il caso Veronica Dean [Simon Kaye 5] (The Veronica Dean Case, 1984) di Hillary Waugh [13 ottobre 1985] Traduzione di Diego Biasi
Inoltre contiene il racconto:
La cura meravigliosa (Wonder Cure, da “EQMM”, marzo 1981) di Reg Bretnor

La trama:

Torna Simon Kaye, il duro stile anni Trenta, l’uomo capace di trovare i guai senza neppure cercarli. Una sera, tornando a casa dopo una tranquilla serata a giocare a scacchi, ad esempio, viene sequestrato e bastonato da un gruppo di delinquenti, e senza neanche sapere perché. Da quel momento, continua a ricevere minacce, e la sua unica consolazione sono le donne che gli stanno attorno: Veronica, Lavinia, Samantha. Veronica è anche sua cliente: l’ha assunto come guardia del corpo perché la protegga mentre consegna venticinquemila dollari per impedire che sua sorella finisca in prigione. Contemporaneamente, Simon indaga sulla morte di un ricco collezionista d’arte recluso. Ma i due casi sono strettamente connessi, e Simon risolve il mistero con lo stile che gli è solito: pallottole e donne, violenza e morte, suspense e divertimento.

L’incipit:

Era una di quelle sere vellutate di fine agosto, in cui la luna è nel suo pieno splendore, un lieve venticello accarezza la pelle e gli insetti ronzano dolcemente senza pungere. Era una notte fatta per l’amore e per gli idilli, per le parole tenere e i baci ardenti. Era una di quelle notti in cui un uomo di trent’anni prova una profonda nostalgia per la gioventù perduta.
Questo avveniva all’esterno.
All’interno, dove mi trovavo io, una lampada a fiori proiettava una luce calda su una scacchiera verde e bianca e la mia testa ne era illuminata mentre riflettevo su quali pezzi dovevo muovere.
Era un lunedì sera e nelle serate del lunedì padre Jack McGuire e io giochiamo a scacchi nel suo studio foderato di libri. Questi trattano tutti di religione nelle più svariate forme; ma con nessuna di esse io ho il minimo rapporto. «Bada a te stesso», questo è il mio motto, perché Dio, se esiste qualcosa del genere, lavora per i propri interessi e non ha fatto il mondo per il nostro piacere. Dargli un bell’aspetto è stata un’operazione che ha recato gioia a lui stesso.
Jack, naturalmente, la pensa in modo molto diverso. D’altra parte è un prete e lo chiamano «padre», distribuisce vino e ostie, ascolta le confessioni, celebra i servizi divini e fa la felicità del clero. Trova sempre da fare, ed è bene accolto. Li chiamavano slum quando abitavamo laggiù, e da allora sono andati sempre peggio. Io sono un investigatore privato e quando mi lamento del mio destino mi consolo osservando le fatiche che lui deve affrontare, e per il mio morale è meglio di un intero vassoio di Martini e vodka.
Avevamo giocato tre partite e io ne avevo vinte due. Durante il gioco avevamo sorseggiato vino, prendendoci in giro l’un l’altro, e mordicchiato i crackers con il formaggio che la signora Honeywell, la sua perpetua, ci aveva preparato. Intanto ci asciugavamo il sudore dalla fronte. Io arrivai addirittura a infrangere la mia promessa e fumai un paio di sigarette. Io non fumo, se non in situazioni stressanti, come era avvenuto durante la partita che avevo perso.
Quando il grande orologio nell’atrio di Jack scandì la mezzanotte, avevamo terminato di giocare e lui stava parlando del sogno di tutta la sua vita: un viaggio a Roma. Per Roma lui intendeva il Papa e S. Pietro. Io dissi che a Roma c’erano ben altre cose da vedere, ma quando gli parlai del Foro e del Colosseo, lui annuì appena. Solo le catacombe lo scossero un po’.
Quando mi accompagnò alla porta, sui gradini aspirammo insieme l’aria profumata. Mi chiese: — Dov’è la tua macchina? — Io risposi che non l’avevo portata, avevo fatto una passeggiata.
— Da casa tua?
— Non è lontano: tre o quattro chilometri.
— Simon Kaye, il ragazzo che ama la natura.

L.

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