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Da Ilaria la bancarellaria arriva un numero d’annata di “Segretissimo” (Mondadori) dell’epoca della gestione Laura Grimaldi.

La copertina è come di consueto firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

293. Qui Washington: muoio e chiudo (Holocaust, 1967) di Anthony McCall (Henry Kane) [10 luglio 1969] Traduzione di Rosalba Buccianti

La trama:

Un uomo e una donna si amano. A modo loro, si amano. Con rabbia, quasi, e con un sottofondo di amarezza. Lei è sposata con un individuo incapace di darle ciò di cui ha bisogno e capacissimo invece di toglierle ciò che a lui interessa. Lui è un tipo spregiudicato, donnaiolo, senza inibizioni, che nella donna cerca solo un certo tipo di soddisfazione. Sembra una storia banale, ripetuta, da Anni Ruggenti. Invece è attualissima, e attorno ai due personaggi, che servono da pretesto per un ritratto dell’America d’oggi, si muovono figure a tutto tondo, impegnate in un gioco pericoloso, a livello di abile funambolismo, nel quale è in palio la vita del più alto cittadino degli Stati Uniti. L’autore ha un’approfondita conoscenza degli ambienti della « Sicurezza » statunitense, e si muove con disinvoltura e acume in un intrigo che si svolge con l’esattezza e la precisione di un congegno a orologeria fino all’amarissimo finale.

L’incipit:

Accidenti a lui, starà affogando in quella dannata robaccia, ma almeno, che lo voglia o no – e quel maledetto non ci tiene affatto – mi dovrà pur avvisare. Fumoso si permette senza intento di notificarmi le sue intenzioni. Bene, ho persino composto un epigramma. Chissà se gli piacerebbe. O no? In questa famiglia non sono io quella che può fare gli epigrammi. Tirò su col naso, trattenne lo starnuto. Starnutì. Si scusò alzando il naso dal libro. Non c’era nessuno. Si infuriò per essersi scusata. Nella stanza persisteva l’odore pesante, penetrante, fastidioso; ritornò al libro aperto che giaceva nelle sue mani: non sapeva neppure quello che stava leggendo. Che odore. Che puzza! Come diavolo aveva potuto scegliere quella roba? Nuova, questa, e orrenda, più orrenda di qualsiasi altra – continuano a peggiorare – eppure in altre occasioni il suo gusto è impeccabile.
Il dannato odore di fogna filtrava; la porta che divideva le loro camere da letto era chiusa. Ma si sarebbe aperta, e lei rabbrividì. Tentò di leggere. Cagna ingrata. Pensò di scendere a bere qualcosa ma non si mosse. Guardò la porta, e poi di nuovo il libro. Il letto le sembrò ora una trappola. Cagna, fai la gran dama nel tuo comodo letto della tua comoda e grande casa. Una trappola? Chi ti ha costretta? Alzò lo sguardo verso la porta che talvolta, dopo il sentore intenso del profumo come unico preavviso, si apriva; e che però a volte restava chiusa per una o più ore; che diavolo ci faceva lui là dentro? il bagno, leggeva, sbavava, contemplava, si trastullava? Uno strano personaggio. Brillante. Come brillante professionista lo conoscevano tutti. Ma come strano?
Stasera non lo aveva aspettato, il viaggio cominciava così presto la mattina dopo. Vacanze separate, per la prima volta dopo il matrimonio. E l’aveva suggerito lui.
— Non sei mai stata a Vegas, Margaret?
— No. — Incerta.
— Questo volo verso l’ovest fa scalo nel Nevada.
— Ah, sì? — Ancora incerta.
— Tu cambi aereo. Io proseguo.
— Oh!
— Il gioco ti piacerà. — I grandi lucidi denti brillavano quando rideva.
— Mi piacerà? — Cauta. Una domanda. In che modo, secondo lui, avrebbe passato il tempo?
— Il posto è fantastico — aveva risposto. — Gli alberghi enormi, i casinò allegri, le feste straordinarie. Uno spazio sconfinato. Un’esperienza. Trascorrerai una settimana meravigliosa…
Lei aveva detto timidamente:
– Sola?
— Tu? — Lui, sarcastico, era scoppiato a ridere.
— Discreta. Quel che più ammiro in te, e c’è molto che ammiro, credo proprio sia la tua discrezione, mia cara Margaret. — Il dottor Stephen van Birchard e signora sono a cena, al lume di candela, nel miglior ristorante di Georgetown.
— So che ti mancherò. — Stoccata in tono gentile e malinconico, sorseggiando vino, e il suo grande bel cranio calvo scintillante al lume di candela. — E tu mancherai a me. — Un altro piccolo sorso di vino. — Ma credo che una breve separazione sia salutare, non ti sembra?

L.

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