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La Newton Compton porta in libreria un saggio storico storico: un reportage dalla prima linea in una battaglia cruciale della guerra in Afghanistan.

La scheda di Uruk:

505. Operazione Medusa (Lions of Kandahar, 2011) di Rusty Bradley e Kevin Maurer [14 marzo 2019] Traduzione di Andrea Russo

La trama:

Nel 2006 i talebani e i loro alleati si preparano a riconquistare la provincia di Kandahar, nel sud del paese. Una vittoria segnerebbe una svolta in grado di ridisegnare i confini del Medioriente. Per fermarli, la coalizione della NATO mette in atto la più grande offensiva della sua storia: l’operazione Medusa. Lo scontro è imminente e l’esodo in massa dei civili preannuncia l’inizio della carneficina. Inviato per supportare l’attacco della coalizione principale, il capitano Bradley osserva le forze NATO venire rapidamente inghiottite dal contrattacco dei talebani. Per contrastare la disfatta, l’unica speranza è conquistare un pezzo di terra in posizione sopraelevata, che consenta efficaci attacchi aerei. Bratley e il suo piccolo distaccamento assaltano la collina, disposti a tutto pur di garantire alle forze della NATO un fondamentale vantaggio tattico. Nel bel mezzo di un pericolosissimo scontro a fuoco, Bradley e i suoi affronteranno un’impresa impossibile.

L’incipit:

Settembre 2006

I primi colpi centrarono il parabrezza come un martello pneumatico. Sobbalzai, aspettandomi il peggio. Per fortuna il vetro antiproiettile del mio GMV fece il suo dovere, altrimenti le mie cervella sarebbero esplose per tutto il veicolo. I lanciarazzi sparavano a pochi metri di distanza, così vicini che potevo vedere le alette stabilizzatrici, che possono facilmente tranciare di netto mani, braccia e gambe e distruggere un piccolo veicolo con spaventosa rapidità. Le scie di fumo rimanevano sospese in aria. Il rumore delle mitragliatrici era assordante. Eravamo appena arrivati sul campo di battaglia.
L’Operazione Medusa, la più grande offensiva NATO della storia, si stava trasformando in una completa disfatta. Nelle vicinanze, la principale avanguardia canadese si era arrestata, per poi bloccarsi del tutto, bersagliata da assalti anticarro e poi impegnata in scontri a fuoco col nemico. Da cinque minuti, la mia squadra delle forze speciali (rs) e i nostri alleati afgani eravamo al centro di un violento scontro a fuoco alla base della Sperwan Ghar, una collina sperduta nel distretto di Panjwaye, nell’area occidentale della provincia di Kandahar. Anche altre due squadre delle FS stavano guidando soldati afgani su per la collina sotto un pesante fuoco nemico. Se fossimo riusciti a conquistarla, avremmo potuto chiedere bombardamenti aerei per aiutare i nostri alleati NATO.
I primi due minuti di una battaglia sono i più importanti. Nei primi trenta capisci chi hai di fronte, se riesci a sopravvivere tanto a lungo. Dalle mitragliatrici che crivellavano di colpi i miei veicoli e le raffiche di granata, capii che di fronte avevamo un nemico che sapeva il fatto suo. I combattenti talebani avevano già colpito duramente le vicine unità motorizzate canadesi, uccidendo una decina di soldati e distruggendo diversi veicoli. Sentivo i canadesi alla radio. Stavano combattendo per la loro vita. Come tutti noi.
Era la mia terza missione in Afghanistan, e quando sette mesi prima avevo lasciato il Paese avevamo quasi cacciato i talebani da Kandahar. Sarebbero dovuti essere piegati e sconfitti. Invece, da allora, le forze NATO avevano assunto il controllo dell’Afghanistan meridionale, sostituendo le unità americane con truppe provenienti da tutto il mondo. I comandanti NATO si erano concentrati più sulla formazione di squadre di ricostruzione che sul combattimento e il mantenimento della sicurezza, aspetti critici degli sforzi di ricostruzione. Cinque anni dopo l’inizio della guerra, questo cambiamento di strategia avrebbe portato al periodo più sanguinoso dalla caduta del regime talebano nel 2001.
Eravamo stati avvertiti che i talebani si erano rafforzati. Avevano radunato migliaia di combattenti a Panjwaye, il cuore della regione, per occupare la città di Kandahar, la capitale della provincia e dell’Afghanistan meridionale. Questi non erano i talebani di basso profilo dei tempi andati, quelli che sparavano nel mucchio e pregavano Allah di riuscire a uccidere gli infedeli e vivere un altro giorno. No, questi si muovevano in maniera ben coordinata e sincronizzata. Dopo aver esploso una raffica di granate, il nemico cominciò a bersagliare direttamente i nostri uomini alle mitragliatrici pesanti, sperando di ucciderli o di mettere fuori uso le armi. Questo fu il nostro primo assaggio di un movimento talebano in ripresa, completamente concentrato a cacciare le forze della coalizione fuori dell’Afghanistan meridionale. Adesso, al riparo dei veicoli, eravamo davanti a una potenza di fuoco che non vedevamo dai primi mesi della guerra.

Gli autori:

Rusty Bradley è nato nel North Carolina, si è laureato al Mars Hill College e si è arruolato nell’esercito nel 1993, prestando servizio come fante per sei anni prima di essere ammesso alla Officer Candidate School nel 1999. È stato ferito durante la battaglia di Sperwan Ghar, quando era al comando di una squadra delle Forze Speciali USA.

Kevin Maurer ha seguito come reporter le forze speciali degli Stati Uniti più di una dozzina di volte negli ultimi cinque anni, in Afghanistan e Iraq.

L.

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