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Dopo più di dieci anni in attesa di lettura, è il momento di schedare e poi “lasciar andare” questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori“.

L’illustrazione è firmata da Prieto Muriana.

La scheda di Uruk:

2331. Oscar dei delitti (Wilde West, 1991) di Walter Satterthwait [3 ottobre 1993] Traduzione di Maria Luisa Vesentini Ottolenghi
Inoltre contiene il racconto:
King Kong (King Kong, da “EQMM”, marzo 1993) di Liza Cody

La trama:

1882. Oscar Wilde sta compiendo un trionfale viaggio in America per un giro di conferenze, accompagnato da un entourage piuttosto pittoresco. C’è una contessa di origine francese, Mathilde de la Mole, un militare dai gusti intellettuali, il colonnello von Hesse, un giornalista che forse non è quello che sembra e un giovane poeta. Una compagnia eterogenea che però assume una natura sinistra e sospetta quando si apprende che il percorso compiuto da Wilde & Co. è disseminato di cadaveri di prostitute, massacrate con la tecnica e la ferocia di Jack lo Squartatore. Le vittime hanno tutte una cosa in comune: i capelli rossi. Lo sceriffo Grigsby, rude, determinato e di tanto in tanto anche sobrio, collega le vittime con Oscar Wilde e sospetta di lui. E così, l’estroso scrittore inglese deve darsi da fare per salvare il proprio nome e cercare di scoprire l’identità del maniaco, usando ciò che definisce “una sistematica applicazione della fantasia poetica.” Un mystery brillante e un protagonista, Oscar Wilde, a cui l’autore offre il destro per alcuni numeri spettacolari. Satterthwait scrive in modo sovrano, con un perfetto controllo del linguaggio e della trama. Un romanzo per intenditori.

L’incipit:

Mentre al buio avanzava furtivamente tra le minuscole ombre frettolose dei Cinesi, attraverso capannelli di gente intenta in chiacchiere futili e insensate, l’uomo respirava a pieni polmoni il fetore del pesce marcio e degli escrementi umani, il tanfo della frutta in decomposizione, la puzza delle innominabili erbe e spezie che quella gente mescolava ai cibi.
Ma tutti quegli odori lo eccitavano; si sentiva stordito dalla loro intensità; servivano a dimostrargli che quella notte, anche quella notte, i suoi sensi erano pronti e vigili in modo soprannaturale.
Non che avesse bisogno di una dimostrazione, oh no!
In una notte come quella aveva la sensazione di essere perfetto: non desiderava niente, non aveva bisogno di niente. I confini del suo spirito si erano miracolosamente estesi fino a sovrapporsi a quelli fisici del suo corpo. Sotto la pelle tesa, sentiva pulsare il battito prepotente del sangue che gli scorreva nelle vene. Stava per raggiungere il massimo, la perfezione.
No, non c’era niente di cui avesse bisogno.
C’era qualcosa che voleva, però! Una cosa piccola, insignificante; e ben presto l’avrebbe avuta. Presto l’avrebbe ottenuta.
Sì.
Com’era fitta la nebbia quella notte! Offuscava la luce dei lampioni, si intrufolava tra i piccoli negozi addossati l’uno all’altro, turbinava tra le ruote di legno delle carrozze e dei carretti. Ma per lui la nebbia era un elemento rassicurante: gli confermava che anche gli elementi, l’aria e l’acqua, erano disposti a collaborare con lui nella sua impresa; gli assicurava la discrezione di cui aveva bisogno e avrebbe anche provveduto a nasconderlo.
Ma la nebbia era fredda e umida, gli si infiltrava sotto gli abiti e lo schiaffeggiava sul viso densa e viscida come un serpente. Sentiva il freddo che penetrava attraverso la pelle bagnata dei guanti, intorpidendogli le dita.
Ma non era questo un altro esempio dell’intensità e dell’acutezza dei suoi sensi? Naturalmente. Lo scopo della sua impresa, chiaro e trasparente come un diamante purissimo, aveva acutizzato al massimo tutti i suoi sensi, l’olfatto, il gusto, il tatto.
Anche la vista naturalmente; vedeva cose che agli altri non era concesso vedere. Gli bastava guardare in viso le persone che passavano per scorgere, chiara come la sagoma dei loro crani, la futilità del loro spirito e la vacuità delle loro vite.

L’autore:

Walter Satterthwait è passato da Milano un paio di anni fa ed è venuto a trovarci in redazione. È un personaggio abbastanza singolare: altissimo, magro, tenuta western, stivaletti, cinturone, jeans, capelli abbastanza lunghi e un perenne sorriso simpaticamente ironico sulle labbra e negli occhi. A cena poi, in un noto ristorante di Milano, come unico tocco all’abbigliamento-versione-sera una lunga sciarpa di seta bianca sulla mise di cui sopra. A Milano è passato come una meteora: era in partenza per un lungo giro in Europa a visitare i suoi editori. Non c’è stato quindi tempo per un’intervista. Però da chissà dove dopo qualche mese ci è arrivata questa lettera.

«Mi scuso per non avervi scritto prima come promesso. Ma dagli States è arrivata mia figlia e non era mai stata in Europa per cui, per la seconda o terza volta nella mia vita, sono stato molto occupato a recitare la parte di padre. (Questa è una lunga storia che non può comunque far parte di una biografia…) Inoltre sono stato molto concentrato sull’avvio del mio nuovo romanzo. Mi dà dei problemi questo nuovo libro che non vuole diventare ciò che io voglio che diventi. Inoltre, ogni qualvolta devo fornire delle informazioni biografiche, sono sempre tentato di inserire un paio di enormi fandonie. Cercherò, questa volta, di non cedere a tale tentazione. Ecco dunque i dati che mi riguardano e che mi avete chiesto.
Sono nato il 21 marzo 1946 a Filadelfia, Pennsylvania. Ho vissuto a Ithaca, Syracuse, entrambe nello stato di New York, a Milford, Connecticut, a Orange, Connecticut, ad Atlanta, Georgia, a Mamaronek, New York, a Baltimore Maryland e a New York City. Ho studiato al Reed College di Portland, Oregon. Dopo la scuola ho fatto il barista a Portland, a New York e a Santa Fe, New Mexico. Facendo questo mestiere mi sono mantenuto e poi, ogni qualvolta vendevo una proposta per un libro, decollavo per qualche località, bella ma poco cara, dove avrei potuto scrivere. E così sono andato a Kos, in Grecia, Lamu, in Kenia, Koh Samui, in Thailandia, Paros, in Grecia, e ora mi trovo (siamo nel luglio ’92, n.d.r.) ad Amsterdam e questo soggiorno mi costa poco solo perché un amico mi ha offerto la sua casa. Dal 1980, comunque, Santa Fé e sempre stata più o meno la mia base.»

Dal 1980 al 1986 ha scritto anche diversi racconti per l’“Alfred Hitchcock Mystery Magazine”. Ha fatto il critico cinematografico per il “Santa Fe Reporter” e il critico letterario per “Reporter” e “New York Times”.
Così si è espressa la critica americana nei confronti di Satterthwait:

«Martellante… leggibilissimo. Satterthwait è un autore da tenere d’occhio». Booklist

«Il linguaggio di Satterthwait eleva tutta la sua opera. È una scrittura che esige attenzione e rispetto.» Los Angeles Daily News

L.

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