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Ventiquattresimo appuntamento con il ciclo di antologie di “Segretissimo Special” (Mondadori) che presentano, in ordine cronologico, tutte le avventure di Chance Renard, il Professionista, nato dalla penna di Stephen Gunn (Stefano Di Marino).

La trama

Avventura, azione, spionaggio, esotismo ed erotismo. Chance Renard, il Professionista. Agente di ventura, impegnato in ogni angolo del mondo in missioni impossibili contro nemici sempre più feroci, sempre più letali. Al suo fianco donne troppo belle e troppo pericolose. E una sola regola: nessuna regola. Tornano tutte le avventure del Professionista, a partire dalle origini e con romanzi inediti scritti appositamente per colmare le lacune nella storia di una vera leggenda di Segretissimo.

SPIONAGGIO A TEHERAN
La pista dell’uranio procede verso l’Iran. Mentre Chance è impegnato in una rovente indagine sul Mar Rosso, Dominika prepara una complessa operazione d’intelligence in uno dei più difficili campi d’azione del mondo: la Repubblica Islamica iraniana. A Teheran presto le due piste si congiungono in un intreccio mortale di polizia segreta, doppio giochisti, mafia russo-ebraica e fanatici ayatollah. Per fortuna il Professionista può contare su amici e discinte e pericolose alleate…

DOSSIER YAPONCHIK
Continua la lotta senza quartiere contro l’organizzazione neonazista dei Lupi Mannari. A Monaco di Baviera, Chance deve scortare in un luogo sicuro un ingegnere svedese in possesso di informazioni cruciali. Ma nemmeno una squadra di specialisti può garantire la sicurezza assoluta di fronte a un avversario potente e spietato. L’esito del trasferimento purtroppo non è quello previsto e una nuova sfida ha inizio, sulle tracce di un nemico inafferrabile che si fa chiamare Yaponchik…

L’incipit di “Spionaggio a Teheran”

El Gonna, Egitto
Chance Renard controllò il suo aspetto allo specchio della camera che occupava allo Sheraton Miramar Resort, una follia costruita su nove isolotti dall’architetto Michael Graves negli anni Novanta come corona per l’esclusiva località balneare a soli venti chilometri dall’urbanizzazione selvaggia di Hurghada. Islamismo e guerre erano lontanissimi da quel paradiso. Alla luce soffusa della lampada sul comodino, Chance vide un uomo maturo, con qualche filo di grigio nei capelli, le spalle larghe e lo sguardo determinato. Quello di un combattente. Perché la sua esistenza era una battaglia continua e, a volte, proprio come quella sera, si convinceva che, per quanto si sforzasse, non sarebbe finita mai.
Le labbra si torsero in una specie di sorriso. Si versò un bicchiere di vodka dalla bottiglia presa dal minibar e l’ingollò d’un fiato. Usci sulla terrazza e assaporò la vista del panorama di luci sul mare. Si accese un sigaraccio tirando qualche boccata. Ma sì, cercò di convincersi, quella era l’esistenza che aveva scelto tanto tempo prima e starci a rimuginare non sarebbe senato a nulla. Era il suo carattere, a volte incline a momenti di sconforto quando si trovava in una situazione di parziale rilassamento e nella testa gli si affacciavano consuntivi inutili e preoccupazioni per le nuvole all’orizzonte. Se era destino che piovesse sarebbe accaduto in ogni modo.
Il Professionista, però, aveva anche la capacità di abbandonare quei pensieri tormentosi con una risata. Terminò il sigaro, controllò il Breitling al polso e si rese conto che era quasi l’ora del suo appuntamento. Non era a El Gouna in vacanza, e una mente libera e reattiva sarebbe stata la sua arma principale. Gettò il mozzicone, tornò in camera e recuperò la Beretta con la fondina da agganciare in cintura dal doppiofondo della valigia che la Technical Division della CIA aveva preparato per lui, assieme ai documenti falsi che lo qualificavano come un innocuo playboy italiano in vacanza.

L’incipit di “Dossier Yaponchik”

Tunguska, 1908
Il fuoco era caduto dal cielo.
Era accaduto pochi mesi prima, durante una delle estati più calde che la lontana provincia siberiana intorno al fiume Jenisej ricordasse da molto tempo. In una notte senza nubi, rischiarata da uno stellato d acciaio, il cielo si era squarciato e con un fragore terrificante la scia di fuoco si era schiantata su Tunguska sollevando un fungo di fumo bianco e venti roventi in corsa per chilometri. Il fuoco divino aveva divorato ogni cosa, contorcendo gli alberi, azzannando la carne di uomini e animali che aveva trovato sulla sua strada, sollevando massi, incendiando foreste. La terra aveva mutato aspetto. Poi era caduta la cenere. Acre, grigia, un manto soffocante che aveva spento ogni traccia di colore.
I nomadi koriaki avevano lasciato la regione, quelli che ancora erano in grado di farlo, perché nei villaggi di tende di pelle erano morti a migliaia nel tempo di un respiro.
Gli stregoni avevano agitato i loro tamburelli con i bastoni della magia adorni di ossa. Dopo il silenzio assordante seguito alla caduta del fuoco dal cielo, voci si erano mescolate ai venti siberiani. Suoni arcani e maledetti. Superstizioni, leggende…
In seguito era scesa la neve, un sudario gettato sulla terra violentata, tra le rocce spaccate, i massi fusi in forme orribili, le voragini scavate nel suolo.
Il drappello di cavalieri cosacchi avanzava nella pianura devastata facendosi luce con le torce. Erano uomini duri, kazaki del Don, un clan guerriero che aveva ucciso e violentato in nome dello zar e che ancora di più aveva massacrato per obbedire agli ordini del cavaliere che marciava in testa alla colonna. Era un uomo più alto della media, con una barba nera così folta e ispida da coprire tutto il viso a eccezione degli occhi e del naso curvo come un uncino. Indossava una lunga tunica nera con alamari rossi e sembrava non avvertire né il freddo né il sapore acre dell’aria. In quel panorama di morte il cavaliere a capo della colonna sembrava nel suo ambiente naturale.
Negli accampamenti e a corte lo chiamavano Rasputin il Monaco, ma a volte si sussurravano altri nomi, giunti da una tradizione di superstizioni che nessuno avrebbe saputo identificare.
Lo chiamavano Yaponchik, il Diavolo immortale, l’Anticristo venuto da un inferno che, prima o poi, avrebbe portato la Santa Madre Russia alla rovina totale.

L’autore:

Stephen Gunn è lo pseudonimo di Stefano Di Marino, uno dei più prolifici scrittori di spionaggio e avventura italiani degli ultimi decenni. Nato nel 1961, ha viaggiato in Oriente e ancora vi trascorre parte del suo tempo. Oltre alla scrittura si interessa di arti marziali, pugilato, fotografia e cinema, soprattutto quello orientale al quale ha dedicato numerosi saggi. Ha esordito con il suo vero nome pubblicando Per il sangue versato, Sopravvivere alla notte, Lacrime di Drago (Mondadori). Ha usato per la prima volta lo pseudonimo Stephen Gunn per firmare i romanzi Pista cieca e L’ombra del corvo (Sperling). Poi, venti anni fa, è nata la serie dedicata a Chance Renard, il Professionista. Scrive per siti e riviste di settore. Su Wikipedia, Stefano Di Marino e il Professionista hanno due voci distinte con bibliografia aggiornata e commentata del personaggio. Per saperne di più sull’autore, sul Professionista e sul suo mondo, cercatelo su Facebook, la fan page di Chance Renard-Il Professionista ed ecco il blog.

L.

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