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La Newton Compton porta in libreria un nuovo romanzo a sfondo storico, firmato da Javier Negrete, autore della serie bestseller La Regina del Nilo.

La scheda di Uruk:

965. Alessandro Magno e l’aquila di Roma (Alejandro Magno y las águilas de Roma, 2007) di Javier Negrete [18 aprile 2019] Traduzione di Manuela Carrara

La trama:

323 A.C. Alessandro Magno, il più grande condottiero di tutta la storia, è destinato a morire a Babilonia, quando un misterioso medico, inviato dall’oracolo di Delfi, gli salva la vita. Dopo quasi vent’anni di campagna militare ininterrotta in Grecia e in Asia, Alessandro decide quindi di tornare indietro. Qualcosa a Occidente ha catturato il suo interesse. Solo la più grande potenza militare esistente può infatti ostacolare la sua conquista del mondo. Si tratta di una città che, allo stesso modo di Alessandro, è convinta che il suo destino sarà grandioso: Roma. È tempo di capire a chi spetti la supremazia nel Mediterraneo, se alle falangi macedoni o alle legioni romane. Gli auguri e i profeti intravedono catastrofi nei loro presagi, perché la cometa Icaro, apparsa nello stesso istante in cui Alessandro fu strappato alla morte, cresce notte dopo notte nel firmamento. I calcoli dello stravagante astronomo Euctemone parlano chiaro: come nel mito, Icaro precipiterà sulla terra. Alessandro e Roma si preparano a combattere la più grande battaglia mai vista, sulle pendici del Vesuvio.

L’incipit

15 daisios secondo il calendario macedonico,
16 ajaru nel calendario babilonese.
Anno 1 della 114ª olimpiade. 431 ab urbe condita.

«Quel bastardo deve morire».
«Non parlare così di lui. È Alessandro».
«È mio marito. E tu sei suo generale e amico e sei appena venuto a letto con me. Di nuovo».
Perdicca, capo della cavalleria dei Compagni del Re, si scostò un po’ da Rossane perché tra loro passasse un po’ d’aria ad asciugare il sudore dei corpi. Si sedette con le gambe incrociate e contemplò la giovane. Era nuda, come lui, con le braccia e le cosce aperte per evitare il contatto fastidioso della pelle bagnata. Figlia di un satrapo della Battriana, aveva ereditato dalla madre india una carnagione più scura di quella che di solito piaceva a greci e macedoni, ma Perdicca, dopo tanti anni in Asia, ci si era abituato e iniziava a trovare scialba la pelle troppo bianca. Allungò una mano e le accarezzò la pancia, tesa come un tamburo e più calda del resto del corpo. Solo lì e nei seni piuttosto gonfi si notava che Rossane era incinta di quattro mesi. Ma quello che aveva perso nelle forme l’aveva guadagnato in profumo e adesso il suo sudore era impregnato di una fragranza che a Perdicca scendeva direttamente dal naso al basso ventre. Nonostante avesse faticato per darle piacere, tornò a eccitarsi: quel suo grugnito di dolore fece ridere Rossane.
«Sei lussurioso come gli sciti che si accoppiano con le loro cavalle».
«Perfino una statua di marmo si ecciterebbe con te», rispose Perdicca, sventolando la giovane.
«Vaglielo a dire a quel finocchio di mio marito».
Perdicca era impressionato dall’enfasi con cui Rossane diceva le parolacce. Quando parlava greco le sue vocali aspirate stridevano come la mola che affila la spada, ma si esprimeva con più fluidità di tanti macedoni di fanteria. Le lingue erano uno dei molti talenti che teneva nascosti sotto la maschera della sua bellezza. Se avesse saputo che la moglie di Alessandro era così intelligente, Perdicca non ci sarebbe mai andato a letto.
«Ti ho già detto di non parlare così di lui. Non è decoroso».
«Decoroso? Che cose divertenti dici a volte. Guardati e guarda me». Rossane si mise a ridere e sotto i suoi zigomi alti e rotondi si formarono due fossette dall’aspetto innocente. Erano più pericolose dei denti di una vipera.
A detta di molti Rossane era la seconda donna più bella dell’Asia dopo la defunta Statira I, sorella e moglie del grande re Dario. Perdicca non poteva vantare di aver visto tutte le donne dell’Asia durante i suoi dodici anni di campagna militare, ma dubitava che ce ne fossero molte come Rossane. Essendo un’etera greca che amava spogliarsi in pubblico, avrebbe potuto posare come un’Afrodite dipinta dal grande Apelle. Ma nonostante avesse un corpo capace di far bruciare di nuovo Troia e Persepoli insieme, la sua arma principale erano gli occhi. In quel momento, alla luce della lampada, a Perdicca sembrò che brillassero come il lago Orestiada sotto la luna crescente di una notte d’inverno nelle alte terre della sua Macedonia. Quando quegli occhi scuri e allungati ti guardavano, sembrava che non esistesse nient’altro al mondo: avevano la capacità di catturare gli uomini uno per uno, persino nel bel mezzo di un’assemblea, come se un incantesimo animalesco creasse un tunnel che univa le sue pupille a quelle della sventurata preda, intrappolandola senza scampo.

L’autore:

Javier Negrete, nato a Madrid nel 1964, laureato in filologia classica, insegna greco in una scuola superiore di Plasencia, nella regione dell’Extremadura. È autore di vari romanzi storici e fantasy e libri per ragazzi, tra cui Señores del Olimpo (vincitore del premio Minotauro) e Salamina (premio Espartaco come miglior romanzo storico). La Newton Compton ha già pubblicato la serie La regina del Nilo. Per saperne di più: javiernegrete.es

L.

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