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Trovato su bancarella questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” dalla copertina decisamente invitante: l’illustrazione è, come di consueto, del grande Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1288. Non aprire la porta! (Don’t Open the Door! 1969) di Ursula Curtiss [7 ottobre 1973] Traduzione di Dina Corrada Uccelli
Inoltre contiene i racconti:
Una questione di fiducia (A Matter of Trust, da “EQMM”, novembre 1972) di Joan Richter
La bella dei tuoi sogni (His Lady Fair, da “EQMM”, luglio 1973) di Yvette M. Quiriy

La trama:

Anche se non avessero sospettato che la povera Molly Pulliam fosse una visionaria, anche se la sua confusa storia riguardo a qualcuno che, secondo lei, stava in agguato fra i cespugli, fosse stata creduta, la sua tragica sorte sarebbe stata segnata ugualmente. Al momento fatale, lei avrebbe aperto la porta a chi voleva la sua morte. L’assassinio di Molly sconvolge la comunità della Valle abituata a vivere in pace, avvertendo a malapena l’eco di qualche tafferuglio nella vicina Albuquerque. Gli agenti dello sceriffo brancolano nel buio. Veramente, c’è un testimone che potrebbe svelare il mistero, ma a chi mai può venire in mente di interrogare un bambino così piccolo, che basta un sombrero per coprirlo tutto? Certo, se Eve Quinn, la zia del piccolo Ambrose, non fosse tutta presa dallo sforzo di seppellire i ricordi recenti di un fidanzamento finito disastrosamente, potrebbe anche avere la curiosità di scoprire che cos’è il misterioso tesoro che Ambrose vuole che lei ricuperi nella baracca degli attrezzi, oppure perché mai il bimbo, pieno di spirito d’avventura com’è, rifugge dall’entrare nella baracca. Ma Eve ha altro da pensare, e così l’omicida, mosso dalla molla di un odio insano, è libero di bussare a un’altra porta, di tare la riverenza a un’altra vittima… Una storia piena di oscuri segreti. Di segreti nuovi, per così dire, e di segreti antichi, quasi dimenticati. Una storia in cui la morte si presenta sotto mentite spoglie, sotto una maschera insospettabile.

L’incipit:

Anche se qualcuno avesse creduto a Molly Pulliam, in definitiva non sarebbe cambiato niente. Forse sarebbe potuta andare ancora una volta dal parrucchiere, passare un ultimo pomeriggio a giocare a bridge, o fare un’ultima prova dell’abito in tweed rosa che non avrebbe mai indossato, ma la sua morte era già decisa.
Sta di fatto, però, che nessuno le credette; né suo marito Arthur né sua sorella Jennifer, e meno che meno gli Hathaway, che da quel momento la guardarono con malcelata riprovazione. Gradualmente, e non senza un certo imbarazzo, Molly accettò la spiegazione generica di un bicchiere di troppo, dei tacchi eccessivamente alti che portava, e di un abbaglio causato dalla penombra del crepuscolo.
Tornava a casa dal cocktail dei Fletcher, un ricevimento che riusciva sempre ad essere rumoroso e noioso insieme; per di più Molly stava seguendo una delle sue periodiche diete da fame, e i due sorsi di whisky non erano stati bene accetti a uno stomaco abituato a niente di più sostanzioso di un po’ di carote grattugiate e di una cucchiaiata di crema di formaggio. Ad un certo punto aveva ritenuto consigliabile andarsene. Dopo rapidi saluti e dopo aver rifiutato un passaggio, Molly si era incamminata nella calda luce del crepuscolo di quella giornata di fine settembre.
Era un tragitto di poco più di mezzo chilometrò, lungo la strada tortuosa, ma i sandali di seta che calzava non erano fatti per camminare svelti. Aveva quasi raggiunto l’imbocco del vialetto di casa sua, contrassegnato su un angolo da una pianta di lillà, quando l’ultimo riverbero del crepuscolo si spense, e fu quasi buio. “Oh”, pensò Molly, “che sollievo potersi slacciare la chiusura lampo…” E in quell’istante il lillà s’agitò e sembrò gonfiarsi nell’arìa assolutamente calma.
Molly fu subito presa dal panico, come se dalla penombra le giungesse un pauroso avvertimento. Istintivamente, conscia solo di doversi allontanare da lì, si mise a correre.
Ma i tacchi alti e il selciato della strada le giocarono un brutto scherzo. L’attimo prima aveva gli occhi fissi sulle luci della casa degli Hathaway, sul lato opposto della strada, e un secondo dopo si rialzava penosamente, col volto rigato di lacrime e le palme delle mani scorticate e doloranti. Cadendo aveva perso una scarpa: si fermò una frazione di un secondo per togliersi anche l’altra, e quando la porta degli Hathaway si aprì al suo frenetico bussare, era scalza, impolverata, e aveva la faccia rigata di lacrime.

L.

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