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La Adelphi porta in libreria una nuova antologia di racconti di George Simenon.

La scheda di Uruk:

Il castello dell’arsenico e altri racconti (2019) di George Simenon [18 aprile 2019] Traduzione di Marina Di Leo
La pista dell’uomo con i capelli rossi (La piste de l’homme roux, da “Police-Roman”, 19 aprile 1940)
L’Ammiraglio è scomparso (L’Amiral a disparu, da “Police-Roman”, 10 maggio 1940)
Il campanello d’allarme (La sonnette d’alarme, da “Police-Roman”, 8 marzo 1940)
Il castello dell’arsenico (Le château de l’arsenic, da “Police-Roman”, 28 giugno 1940)
L’uomo delle pantofole (L’amoreux aux pantofles, da “Police-Roman”, 24 gennaio 1941)

La trama

«Alle cinque ero là, come gli altri giorni… Stavo mandando giù un sandwich, e intanto mi guardavo intorno distrattamente… E a un tratto ho notato una donna che mi osservava sorridendo…
«Non sono un dongiovanni, mi creda… Mi è sempre bastata mia moglie…
«Ma quella lì… Mi sono subito chiesto che ci facesse in un locale così popolare… Le capita di andare al cinema, no?… Ha presente le dive americane, le vamp, come le chiamano?…
«Be’, dottore, avevo davanti agli occhi una vamp!…».

L’incipit del primo racconto

La prima volta Anna aveva raggiunto al telefono il dottor Dollent in una fattoria dov’era andato a visitare un vecchio paziente un po’ svanito.
«Pronto, dottore… Sono Anna… In sala d’aspetto c’è un tale che ha molta fretta…».
«È ferito?».
«A guardarlo non sembra…».
«Sta male?».
«Forse interiormente… In ogni caso non sta fermo un istante… Mi ha detto di rintracciarla a qualunque costo perché non c’è un minuto da perdere…».
«Va bene, adesso vengo!».
Ma se la prese calma. Sapeva per esperienza che certi pazienti ti chiamano d’urgenza, magari buttandoti giù dal letto nel cuore della notte, solo perché gli esce sangue dal naso o si sono scoperti un foruncolo sul sedere.
Un’ora dopo Anna gli ritelefonò, stavolta a casa di un commerciante di granaglie, dove c’era un malato di morbillo.
«Non so più come tenerlo a bada, dottore… Se non si sbriga a tornare, quello è capace di fare uno sproposito…».
«Arrivo…».
In realtà passò un’altra ora prima che arrivasse, tranquillamente, a casa, cullato dal ronzio di Ferblantine. Non aveva ancora aperto la porta dello studio che gli si parò davanti un uomo dallo sguardo stravolto, e allora capì perché Anna fosse così preoccupata.
Forse il dottor Jean non aveva mai visto nessuno in uno stato di agitazione simile- bastava guardarlo per cogliere appieno il significato del termine terrore. Quell’uomo era letteralmente terrorizzato. Al tempo stesso aveva i nervi a fior di pelle, al punto da non controllare più le espressioni del viso, percorso da tic che gli deformavano i lineamenti.
«È lei?» chiese a bruciapelo, forse stupito di ritrovarsi di fronte a un giovane mingherlino e dall’aria così modesta.
«Sì, sono il dottor Dollent».
«Quello che chiamano il dottorino, giusto? E che fa delle inchieste…».
«Sì, ma…».
«Chiuda la porta, dottore, la scongiuro. Non ci sente nessuno, vero? Pensa che la sua domestica saprà tenere la bocca chiusa, e scordarsi di avermi visto, scordarselo per sempre? Vengo da Parigi. Ho viaggiato tutta la mattina, dopo una notte passata a girovagare per le strade…
Credo di non aver mangiato… Non me lo ricordo… Ma non ha importanza…».
Nel tentativo di rinfrancare lo strano visitatore, Dollent prese dall’armadietto dei medicinali una bottiglia di cognac, ne riempì un bicchiere e glielo porse.
«La mia avventura supera ogni immaginazione… Scommetto che a nessuno è mai capitato niente di simile… Fino a ieri ero felice… Un uomo con la testa sulle spalle, benvoluto dai superiori, sposato e a breve padre di famiglia…».

L.

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