Tag

, , , , ,

Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” dalla copertina decisamente invitante: l’illustrazione è, come di consueto, del grande Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

406. Costa dei barbari [Lew Archer 6] (The Barbarous Coast, 1956) di John Ross MacDonald (Kenneth Millar) [10 novembre 1956] Traduzione di Vittoria Comucci
Inoltre contiene:
[Le avventure di Leslie Colina] 9° Le tegole di Joan (seconda puntata), di Franco Enna
[Le avventure di Leslie Colina] 10° Il quadro d’autore, di Franco Enna

La trama:

Lew Archer è una vecchia e simpatica conoscenza per i lettori dei “Gialli”. Qui lo ritroviamo invischiato nella ricerca di una moglie fuggiasca e nella protezione di un giovane marito troppo focoso. I cadaveri si moltiplicano sul suo cammino, che percorre gli oscuri sentieri fiancheggianti le strade lussuose della ricchezza. Un’orgia di sangue, un moltiplicarsi di cadaveri, un brancolare nel buio più fitto. Poi si fa la luce, a illuminare tutto uno sporco retroscena di vizio, di ricatto, di corruzione. Un giallo “duro” dalle cui pagine, però, emana un soffio di calda umanità: quella umanità che gli autentici artisti sanno imprimere ai loro personaggi. E Ross MacDonald, in questo genere, è un autentico artista.

L’incipit:

Il Camel Club sorgeva su uno sperone di roccia dominante il mare, verso l’estremità meridionale della spiaggia di Malibu, sulla Costa dei Barbari. Al di là dei lunghi, scuri edifici che lo costituivano, saliva fino allo stradone un giardino a terrazze, come una gran scala riccamente tappezzata di verde. Il recinto era delimitato da un’alta rete metallica, sormontata da tre fili spinati e mascherata da arbusti d’oleandro.
Fermai la macchina davanti al cancello e suonai il clacson. Un uomo in uniforme blu, col berretto a visiera, usci dall’annesso casotto. Sotto il berretto spuntavano dei capelli neri e cespugliosi, spruzzati di grigio, simili a limatura di ferro. Nonostante le orecchie segnate dalle cicatrici e il naso ammaccato, la testa dell’uomo aveva quell’insieme di dolcezza e d’energia che si nota sui visi di certi vecchi indiani. La sua pelle era scura.
— Vi ho visto arrivare — disse amichevolmente. — Non era necessario suonare: disturba.
— Mi dispiace.
— Oh, non importa. — Venne avanti strascicando i piedi, col ventre sporgente sopra la cintura cui era appesa la fondina, e appoggiò un braccio sulla portiera dell’automobile, confidenziale. — Desiderate?
— Il signor Bassett m’ha chiesto di venire. Non m’ha detto cosa desidera. Mi chiamo Archer.
— Certo, certo. Vi aspetta. Passate pure; è nel suo ufficio.
Si volse, facendo risuonare il mazzo di chiavi. Un uomo sbucò da dietro gli oleandri e si slanciò verso l’ingresso rasentando l’auto. Era un giovanotto alto e robusto, vestito di blu e senza cappello, con svolazzanti capelli quasi rosa. Corse in punta di piedi, senza rumore, verso il cancello che si apriva.
Il guardiano si mosse rapidamente, per un uomo della sua età. Girò su se stesso e con un braccio afferrò il giovane alla vita. L’altro si divincolò, sospingendo il vecchio verso il casotto. Lottando emetteva dei suoni gutturali, inarticolati : a un tratto la sua spalla scattò, un pugno fece saltare il berretto dell’avversario.
Il guardiano s’addossò al casotto e portò la mano alla fondina. I suoi occhi erano piccoli e sudici. Il sangue che gli usciva dal naso andava a macchiare la camicia blu. Estrasse la pistola. Io saltai fuori dalla macchina.
Il giovanotto era rimasto dove era, la testa volta di fianco verso il cancello. Il suo profilo pareva intagliato nel legno, e nell’incavo spiccava un occhio azzurro, lucente. — Debbo vedere Bassett — disse. — Nessuno me lo impedirà.
— Ve lo impedirà una pallottola nella pancia — ribatté il guardiano, convinto. — Se vi muovete sparo. Questa è proprietà privata.
— Dite a Bassett che voglio vederlo.
— Gliel’ho già detto, ma lui non vuol vedere voi. – Il guardiano si fece avanti, con la spalla sinistra protèsa, la pistola pronta nella mano destra. — Ora raccogliete il mio berretto, datemelo e filate.
Il giovanotto rimase immobile per qualche attimo, poi si curvò e raccolse il berretto, lo spazzolò col braccio, goffamente, prima di renderlo al suo proprietario.
– Mi dispiace. Non volevo colpirvi. Non ho niente contro di voi.
— Ma io sì. — Il vecchio glielo strappò di mano. — Ora via, prima che vi torca il collo.
Toccai la spalla del giovane, larga e muscolosa. — Vi consiglio di dargli retta.
Si volse a guardarmi, strusciandosi una mano sulla mascella, che era sporgente e battagliera. Tuttavia, le sopracciglia appena segnate e la bocca incerta facevano parere senza forma il suo viso. Sogghignò, con una smorfia proprio da ragazzo.
— Siete un’altra guardia del corpo di Bassett?
— Non lo conosco nemmeno.
— Vi ho sentito chiedere di lui.
— Proprio cosi. Se continuerete a insolentire la gente e a cercar d’entrare dove non vi vogliono, vedrete come vi cambieranno i connotati.
Serrò il pugno destro e lo guardò, poi guardò me. Io mi tenni pronto a bloccare il colpo e a rispondere.
— Sarebbe una minaccia? — chiese.
— Sarebbe un consiglio da amico. Non so cos’abbiate, ma vi consiglio di andarvene e non pensarci più.

L.

– Ultimi post simili: