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Trovato su bancarella questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” dalla copertina decisamente invitante: l’illustrazione è, come di consueto, del grande Carlo Jacono.

Grazie a politepolarbear per avermi aiutato a completare le informazioni “monche” di questo volume.

La scheda di Uruk:

355. Col fuoco non si scherza (Murder by the Day, 1953) di Veronica Parker Johns [19 novembre 1955] Traduzione di Luciana Agnoli Zucchini
Inoltre contiene:
[Le avventure di Keogh Marton] III episodio: Il campione (seconda puntata), di Franco Enna

La trama:

Il signor Mortimer Rutheford viene rinvenuto carbonizzato su una poltroncina che dovrebbe essere ininfiammabile. Strano destino per un uomo che aveva un morboso terrore del fuoco. Webster Flagg, domestico a giornata del signor Rutheford, nonché di alcuni tra i suoi più intimi nemici, si accorge che qualcuno gli ha rubato la chiave dell’appartamento della vittima. La cosa più logica sarebbe rivolgersi alla polizia, ma Flagg ha la pelle nera e teme la diffidenza dei bianchi. Prima di esternare i propri sospetti, vuole avere qualche elemento concreto. Cosi, a modo suo, s’improvvisa investigatore, e alla lunga, convalida il vecchio proverbio che “col fuoco non si scherza”, mentre, per merito suo, l’assassino farà sulla sedia elettrica una fine molto simile a quella della vittima.

L’incipit:

Mortimer Rutheford fu assassinato di giovedì, e avrebbe dovuto essere Webster a scoprire il cadavere. Il giovedì era appunto il giorno dedicato al signor Rutheford, giorno che trascurabili particolari di vita o di morte non avrebbero dovuto disturbare, nemmeno la morte dello stesso signor Rutheford. Era prevedibile che la sua anima, della cui esistenza molti dubitavano, si stesse ora aggirando irrequieta per l’appartamento, osservando la polvere che si accumulava dappertutto.
Pur ammettendo come dubbia l’esistenza di un’anima, era innegabile che Rutheford aveva avuto un corpo : rotondetto, ben curato, conservato in cognac di prima qualità. Webster non l’aveva scoperto perché quel giovedì l’ingresso all’appartamento gli era stato precluso. Non per fargli dispetto, perché, nonostante la discussione del precedente giovedì, Rutheford avrebbe certamente desiderato che il domestico pulisse l’appartamento. Le divergenze di opinione erano state frequenti, nel corso degli anni, però chi aveva ceduto era sempre stato il padrone, molto saggiamente del resto, perché solo Webster era in grado di resistere al suo servizio per più di due settimane.
La serratura non era stata cambiata, e quel mattino il domestico non era potuto entrare unicamente perché aveva smarrito la chiave. Parrebbe incredibile: Webster non perdeva mai nulla, non rompeva mai nulla, non beveva: la perfezione in persona. Eppure la chiave dell’appartamento era scomparsa dall’anello, al quale era sempre appesa insieme con altre che aprivano le porte dei nemici più intimi di Rutheford.
Secondo la stampa, la polizia non sospettava che si trattasse di un omicidio. Poiché l’infelice era stato trovato carbonizzato in una poltrona, ritenevano che si fosse addormentato mentre fumava una sigaretta. Una cosa che può capitare anche a chi non abbia un debole, per la bottiglia, pronunciato come quello del defunto.
Riandando col pensiero all’ipotetica anima, Webster sperava che non stesse arrostendo all’inferno, memore del terrore che il pensiero delle fiamme aveva sempre suscitato nel padrone. Per placare le proprie paure, era arrivato al punto di far passare una mano di liquido refrattario al fuoco sulle pareti, sui pavimenti e sui mobili. Ciononostante era morto carbonizzato.
Un omicidio, dunque. Inoltre, la chiave era stata rubata dall’anello del domestico. Veniva logicamente fatto di ritenere che uno degli altri padroni di Webster fosse non solo un ladro, ma un assassino.

L.

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