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La Piemme porta in libreria un nuovo grande romanzo a sfondo storico firmato da Conn Iggulden.

La scheda di Uruk:

Il Falco di Sparta (The Falcon of Sparta, 2018) di Conn Iggulden [28 maggio 2019] Traduzione di Paola Merla

La trama:

401 a.C. Artaserse, re di Persia, governa un impero che si estende dalle coste dell’Egeo all’India settentrionale. Il suo dominio è assoluto, e per cinquanta milioni di sudditi una sua parola può valere la vita o la morte. Un’ombra però si staglia all’orizzonte del suo regno apparentemente così saldo: il fratello Ciro il Giovane, che reclama il trono, in nome del loro defunto padre Dario II.
C’è un solo esercito che può aiutare Ciro nell’impresa: diecimila figli di Sparta i cui padri morirono alle Termopili o nelle guerre del Peloponneso, che adesso prestano il loro prezioso servizio come mercenari. I diecimila sono agguerriti, e Ciro è un generale generoso e intelligente. Al suo seguito gli spartani lottano con coraggio, finché Ciro compie un errore fatale e, nel tentativo di ammazzare il fratello con le sue mani, muore. Per i diecimila greci è l’inizio di un calvario: soli nel cuore di un impero nemico, senza un comandante, dovranno trovare la via per il mare, e per la libertà. Un uomo solo sarà in grado di condurli a destinazione, un ateniese, un uomo che non si riteneva, fino a quel momento, neanche un soldato. Senofonte. Solo grazie a lui il mondo moderno conoscerà la straordinaria storia dei leggendari diecimila e del loro ritorno a casa. Uno dei momenti più epici dell’intera storia greca prende vita meravigliosamente tra le pagine di questo romanzo, tra ferocia, eroismo, crudeltà, violenza e nobiltà.

L’incipit

A Babilonia gli storni mostravano le lingue scure nei becchi aperti per il caldo.
Al di là delle possenti mura della città il sole premeva su coloro che lavoravano nei campi, schiacciandoli.
Un velo di sudore o di olio, il figlio non era in grado di dirlo, rendeva lucente la pelle del Re dei Re I riccioli della sua barba brillavano, una caratteristica che gli apparteneva come il profumo di rose o il lungo pannello della veste che indossava.
L’aria sapeva di pietre calde e di cipressi, puntati verso il cielo come aste di lancia. Tutte le strade lì intorno erano state sgombrate da coloro che vi abitavano, nemmeno un bambino, nemmeno una vecchia, nemmeno una gallina sulla strada di Ningal, resa deserta per permettere il passaggio del re. Il silenzio era così assoluto che il ragazzo riusciva a udire distintamente il cinguettio degli uccelli.
Il suolo era stato coperto da uno strato di foglie di palma soffici e ancora verdi. Nessun cattivo odore avrebbe disturbato la loro conversazione. Lo scopo dell’uomo era la sopravvivenza stessa della dinastia e non avrebbe permesso a cortigiani e spie di avvicinarsi tanto da poter origliare I suoi capitani avevano pensato a un ghiribizzo reale, che fosse quello il motivo per cui la mattina ben prima dell’alba avevano dovuto far sgombrare le aree adiacenti. La verità è che così sarebbe stato impossibile per chiunque ascoltare le parole che i due si sarebbero scambiati. Il re era cosciente che nella sua corte erano in molti, troppi, a voler sapere. Troppi piccoli satrapi, troppi regnanti le cui corone erano state calpestate dai suoi sandali. Novanta sovrani pagavano spie per origliare, mentre i mille cortigiani gareggiavano fra loro per scalare le posizioni migliori. Il semplice piacere di passeggiare da solo con un figlio, un piacere concesso a qualsiasi umile pastore, era diventato un lusso prezioso come rubini, come il darico, la pesante moneta d’oro soprannominata “arciere”, che diffondeva in tutto l’impero l’effigie di re Dario nell’atto di tirare l’arco.
Camminando, il ragazzo lanciava occhiate furtive all’adorato padre nel quale riponeva tutta la sua fiducia e cercava di accordare il passo a quello del genitore, anche se qualche volta rimaneva indietro. Sembrava quasi che Dario non si accorgesse di quanto avveniva intorno a lui, ma Artaserse sapeva che ben poco sfuggiva alla sua attenzione. Il segreto del suo lungo regno risiedeva nella sua sagacia. Se mai qualcuno avesse chiesto al fanciullo la sua opinione, la risposta sarebbe stata che suo padre non sbagliava mai.
Nei giorni in cui teneva corte, il sovrano presiedeva il tribunale in cui venivano giudicati i suoi signori più potenti, gli uomini che comandavano eserciti di diecimila armati e dominavano le terre della giada e dell’avorio, lontane quasi quanto la luna. Dario ascoltava, accarezzandosi la barba, che gli lasciava una patina lucente sulle dita. Si stropicciava il pollice e l’indice o prendeva un grappolo d’uva da una ciotola d’oro tenuta da uno schiavo inginocchiato ai suoi piedi. Apparentemente distratto, il re riusciva ad arrivare al centro di un problema quando i suoi consiglieri stavano ancora soppesando e discutendo. Anche Artaserse avrebbe voluto possedere quella straordinaria capacità di discernimento e dunque ascoltava e imparava.
La città era immobile e silenziosa come potevano renderla soltanto migliaia di soldati pronti a puntare la lama alla gola di chiunque. I generali del re sapevano che la sua ira sarebbe ricaduta su di loro se lo avessero disturbato e dunque adesso padre e figlio si sentivano davvero come se fossero i due soli esseri viventi al mondo mentre camminavano nella polvere e nel sole tiepido e confortante del tramonto.
«Un tempo Babilonia era il centro di un impero, un grande impero» stava dicendo re Dario. La voce era suadente, una voce da mentore più che da guerriero.

L’autore:

Conn Iggulden è il più grande autore inglese di romanzi storici, nato a Londra nel 1971. Ha esordito con la fortunatissima serie dedicata alle imprese di Giulio Cesare (Le porte di Roma, Il soldato di Roma, Cesare padrone di Roma, La caduta dell’aquila), seguita dall’altrettanto amata saga di Gengis Khan (Il figlio della steppa, Il volo dell’aquila, Il popolo d’argento, La città bianca e Il signore delle pianure), entrambe pubblicate in Italia da Piemme. Ha avuto un enorme successo con l’ultima serie, dedicata alla Guerra delle due Rose: Trinity, Bloodline, Stormbird e La battaglia di Ravenspur.

L.

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