Tag

, , ,

La collana “Il Giallo Mondadori” di giugno (n. 3180) presenta una nuova avventura di Alan Twist.

La scheda di Uruk:

3180. L’uomo che amava le nuvole [Dr. Alan Twist 14] (L’homme qui aimait les mages, 2018) di Paul Halter [giugno 2019] Traduzione di Angelo Petrella

La trama

Di tutte le passioni che una persona può nutrire, il giornalista Mark Reeder ha scelto una delle più bizzarre. Amante delle nuvole, ne segue gli spostamenti percorrendo in lungo e in largo la campagna inglese. Finché un giorno nel suo girovagare con gli occhi al cielo si ritrova a Pickering, paesino costiero del Somerset. Il fuggevole incontro con una ragazza dall’aspetto etereo, quasi trasparente, che secondo certe dicerie possiederebbe doti divinatorie e il dono dell’invisibilità, è solo il preludio di una vicenda sconcertante. Tutto sembra ruotare intorno a un vecchio maniero i cui occupanti, per generazioni, sono stati colpiti da sciagure di ogni tipo. E quando in un’atmosfera soprannaturale la gente del posto inizia a morire, Reeder deve amaramente pentirsi di vivere con la testa fra le sue adorate nuvole. Hanno invece i piedi saldamente ancorati a terra il criminologo Alan Twist e l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard, entrambi poco inclini a credere alle fiabe. Soprattutto quando c’è di mezzo un delitto.

L’incipit

19 giugno 1936
Certe persone spesso immaginano il destino come un genio malvagio che passa il suo tempo a tramare oscuri complotti solo per rendere loro la vita impossibile! Archibald Hurst di Scotland Yard faceva indiscutibilmente parte di questa schiera di individui. Accusava sempre la sorte dei casi complessi e oscuri che andavano ad accumularsi immancabilmente sulla sua scrivania, e, questo, fin da quando era stato promosso al grado di ispettore, una quindicina di anni prima. Mentre si dibatteva tra questi “problemi impossibili”, allo stesso tempo si agitava, sbraitava, aspirava sdegnose boccate dal suo sigaro, camminava febbrilmente su e giù per il suo ufficio, inveiva contro i suoi sottoposti e si strappava i capelli, ed era questa, secondo lui, la causa del suo cranio parzialmente calvo. Cinquantenne dalla corporatura robusta, aveva il respiro pesante e un viso arrossato davanti a cui, quando il tempo si faceva burrascoso, ondeggiava una ciocca di capelli disobbediente che lui si ostinava a riportare indietro.
Per chiunque lo conoscesse, queste reazioni dovevano apparire giustificate, perché bisognava ammettere che i casi delle sue indagini non erano affatto banali. Eppure, stranamente, era proprio durante i periodi di bonaccia che Archibald Hurst si sentiva più inquieto, e in particolar modo quando questi si prolungavano. “La quiete prima della tempesta” vaticinava lui con aria sinistra, o anche: “Le acque chete sono quelle che corrodono i ponti”. Su questo punto non aveva affatto torto. L’esperienza lo aveva provato; i periodi di tregua nove volte su dieci generavano inestricabili grovigli.
Quel giorno, mentre faceva colazione e sfogliava il giornale, avvertiva proprio una simile sensazione di minaccia latente. Eppure, era una splendida mattina d estate… Il sole penetrava a ondate dalle grandi finestre spalancate del suo appartamento londinese e l’eco dei nove rintocchi appena battuti dal Big Ben risuonava ancora nell’aria rinfrescante. Dalla strada, il traffico lasciava udire il suo rumore rassicurante.
Le colonne del “Times” non riportavano né omicidi misteriosi né rapine né qualche altro fatto di cronaca degno di nota. Così, ripiegò il quotidiano dicendo tra sé e sé che i sudditi di Sua Maestà non avevano alcuna ragione per sentirsi inquieti. Poi, sentendo trillare il campanello d’ingresso, si irrigidì.
Nell’aprire la porta riconobbe immediatamente la figura familiare del suo amico Alan Twist, ma non per questo si sentì tranquillizzato, visto che quest’ultimo spesso era latore di cattive notizie: perlomeno, di quelle che lui temeva di più. Alto e molto magro, con dei magnifici baffi rossi, il dottor Twist ostentava un volto pacifico e sorridente, che non lasciava in alcun modo trapelare il fatto che fosse un criminologo. Dietro un pince-nez a cui era appeso un fine cordoncino di seta nera, i suoi occhi azzurri risplendevano di un brillio malizioso, che all’ispettore parve di cattivo auspicio.

L’autore:

Alsaziano, Paul Halter ha sempre dichiarato la sua predilezione per John Dickson Carr, di cui si professa devoto ammiratore. Ha scritto il suo primo poliziesco, La quarta porta (Il Giallo Mondadori, n. 2438), nel 1987 e si è subito imposto, vincendo il Prix du Festival de Cognac, come uno dei maestri del “delitto della camera chiusa”.

L.

– Ultimi post simili: