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La collana Darkside della Fazi Editore porta da oggi in libreria un nuovo grande romanzo firmato da Léo Malet.

La scheda di Uruk:

36. Nestor Burma e la bambola (Nestor Burma court la poupée, 1971) di Léo Malet [27 giugno 2019] Traduzione di Federica Angelini

La trama

Tempi duri per Nestor Burma: le casse dell’Agenzia Fiat Lux sono drammaticamente vuote e la pioggia primaverile rende Parigi sempre più cupa. Così, fiutata la possibilità di un mistero, il detective privato si reca di nascosto presso un’isolata villa di Boulogne, dove sarà l’involontario e sbigottito testimone di una strage, messa in atto da un losco individuo dal volto deturpato. La vittima, tale Mauffat, sembra essere a sua volta un personaggio poco raccomandabile: un ex medico radiato dall’ordine, che custodiva nella propria cassaforte mazzette di banconote e bottiglie di benzina… A complicare le cose si aggiunge il fatto che Mauffat venga anche considerato il responsabile della morte della giovanissima Yolande Bonamy, deceduta in seguito a un aborto mal praticato: ad accusare l’ex medico sono i nonni della ragazza, che, in mancanza di prove concrete, affideranno al protagonista il compito di incastrare l’assassino rimasto impunito. Ma come fare, ora che l’assassino stesso è stato a sua volta brutalmente assassinato? Ancora una volta toccherà a Nestor Burma risolvere l’intrigo, muovendosi tra sicari prezzolati, locali a luci rosse, chanteuses decadute e “bambole”, reali o sognate… E sarà proprio una “bambola” la chiave per decifrare il mistero.
Nestor Burma torna in libreria, pronto a riconquistare i lettori con l’irriverenza e l’umanità che lo contraddistinguono, espresse al loro meglio in questa nuova avventura, finora inedita in Italia.

L’incipit:

Charlot l’Eureka avrebbe fatto meglio a dedicarsi ad aggressioni vere e proprie. Gli avrebbero procurato più denaro dei suoi finti furti che lo costringevano a vivere in un buco che puzzava di biancheria sporca e miseria anche nei giorni di vento.
Il numero 2 dell’impasse Bullourde era una casa di mattoni a quattro piani a metà tra un magazzino e un set cinematografico per film a basso costo (c’era sempre di mezzo lo spettacolo).
L’ingresso si apriva sulle profondità di un corridoio dagli odori invadenti. Entrai e cercai invano un interruttore della luce. Per fortuna avevo ancora la torcia presa nel garage a Boulogne. La misi in funzione. Il fascio luminoso sorprese un gatto scheletrico. Il felino miagolò furiosamente e sparì con un balzo, facendo cadere un bidone dell’immondizia in equilibrio precario. Con me, la Parigi notturna era quanto mai elegante.
Non c’era la portineria, naturalmente. Feci vagare a caso il fascio di luce della torcia sui muri non per trovare la portinaia, ma una qualsiasi indicazione sui residenti, poiché anche le cassette delle lettere brillavano per la loro assenza. I muri erano ricoperti delle più variegate iscrizioni. Un tale era questo e quell’altro, in genere il contrario di un vigile urbano. Jean amava Véronique per la vita. O.L.V. Sul versante politico, un tizio che ce l’aveva con l’ortografia aveva scritto: «Si a Pompidu». Un avversario si era divertito ad anteporre al “si” un bel “mor”. Risultato: «Morsi a Pompidu». Non si contavano, nelle diverse varianti, gli «A morte gli sbirri».
Alla fine scoprii l’utilità di alcuni di quei graffiti. Marceau viveva al primo piano e Gros al secondo. Decifrai alla fine il nome di Rimbert seguito dalla parola: quarto.
Salii le scale nauseabonde, con i gradini sudici e umidi.
Il nome completo di Rimbert, tracciato con il gesso, campeggiava su una porta color cioccolato. Niente campanello. In quella baracca sembravano ignorare l’invenzione dell’elettricità. E non c’era nemmeno una corda con una campanella. Bussai. All’inizio piano, poi più forte. Nessuna risposta.
Non mi piace spostarmi per niente. Inoltre, non intendevo certo farmi troppi scrupoli per Rimbert. Tirai fuori dalla tasca un curapipe-universale-per-ogni-uso e mi misi a solleticare la serratura. Cedette facilmente.
Entrai nella stanza misera e vuota, sommariamente ammobiliata con un’unica sedia, un tavolo ricoperto da un vecchio tappeto polveroso a fiori e un divano letto dalle lenzuola luride e in disordine. Per terra c’erano mozziconi di sigaretta. Si sentiva odore di fumo freddo. Passai nella stanza vicina, trasformata in un guazzabuglio. C’era un giaciglio fatto di giornali impilati, una coperta sporca e una tenda mangiucchiata dalle tarme. Se in quel buco ci vivevano in due, non erano certo schizzinosi.
Tornai nella stanza principale (se così si poteva chiamare) e mi sedetti sul letto. Cigolò sotto il mio peso. Vidi allora, su una specie di comodino tutto storto, un pacchetto di candele. Ne presi una, l’accesi, la fissai al legno con qualche goccia di cera e spensi la mia torcia.
Per combattere l’aria nauseabonda, accesi la pipa e, nell’attesa, mi misi a fumare come un turco.
Rimbart doveva essere andato da qualche parte a esercitare la propria professione di malvivente di fantasia e avrebbe sicuramente fatto una strana faccia trovandomi nella sua tana, al ritorno.
Aspirando la pipa, risi piano. Sarebbe stato divertente se, per una volta nella sua vita, Rimbert avesse commesso un vero crimine. Avevo visto solo vagamente la fisionomia dell’assassino di Boulogne e poteva benissimo essere Rimbert di cui, come ho detto, a parte sapere che era brutto, non avevo bene in mente il volto. Ma se era lui l’assassino, l’attesa del suo ritorno rischiava di allungarsi parecchio.
Per la miseria! Più esaminavo quella stanza e più mi convincevo che viverci predisponesse all’omicidio. Una vera circostanza attenuante. Non avevo mai visto un arredo tanto sinistro. La luce gialla della candela non migliorava per nulla la situazione. La fiamma, agitata da una lieve brezza, proiettava ovunque le sue ombre spaventose. Era opprimente anche il silenzio, lungi dal suscitare un sentimento di sicurezza. Era disturbato dalla pioggia che tamburellava sui vetri della finestra chiusa male che univa gli scricchiolii al martellamento delle gocce. Pensai che, per sopportare una simile situazione senza farsi venire la nausea, fosse necessaria almeno una sbronza al giorno. Rimbert doveva per forza tenere una provvista di torcibudella da qualche parte.
In un angolo c’era un armadio scalcagnato. Il mobile doveva fungere da guardaroba, frigorifero e bar. Lo aprii…
Mi cadde tra le braccia Charles Rimbert, detto Charlot l’Eureka, come se fosse felice di vedere un amico d’infanzia.
Non era l’assassino di Boulogne e non era andato in giro per la città a commettere finti delitti, ma era stato vittima di un crimine vero e l’armadio era stato promosso al rango di cella frigorifera.
Rigido come un pezzo di legno, cadde faccia in avanti e quando urtò il pavimento sollevò una nube di polvere. Tre le scapole brillava il manico di un coltello.
In quella notte fertile di cadaveri era il terzo.
Cioè l’inizio dell’infinito…

L’autore:

Léo Malet, l’anarchico conservatore, come amava definirsi, è uno dei padri del romanzo noir francese. In realtà Malet è uno scrittore dai mille volti: accanto al poliziesco, si cimenta nei romanzi di cappa e spada e, soprattutto, nel noir. La critica gli concede proprio in questo filone i maggiori riconoscimenti: la Trilogie noir, di cui fanno parte Nodo alle budella, La vita è uno schifo e Il sole non è per noi, viene considerato il suo capolavoro. Malet muore nel 1996. Chi vuole andare a visitare la sua tomba, la trova al cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.

L.

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