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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero della collana “I Libri del Pavone” (Mondadori), preso su bancarella perché volevo fare uno speciale sui “nidi di vipere” nella titolazione italiana.

La scheda di Uruk:

230. Groviglio di vipere (Le Nœud de vipères, 1932) di François Mauriac [agosto 1960] Traduzione di Mara Dussia

La trama:

Un uomo, un avvocato celebre, ricchissimo, malato, sentendo avvicinarsi la fine della vita, è preso dall’atroce desiderio di vendicarsi di tutti i suoi parenti intimi, moglie, figli, generi, i quali gli hanno avvelenato l’esistenza con la loro avidità e con la loro incomprensione: egli medita di diseredarli e di lasciar loro scritto, apertamente, crudamente, il proprio pensiero. Ma quello che doveva essere un testamento e una vendetta, diventa sotto la penna dell’uomo esaltato dal pensiero della prossima fine, una terribile e completa confessione. Cadono i veli e resta scoperto il “groviglio di vipere”, il grosso, inestricabile groviglio dei nostri sentimenti più segreti e inconfessati. Su questo tema semplice e umanissimo, François Mauriac, Premio Nobel per la letteratura, ha composto uno dei suoi romanzi più forti e profondi: lettura, quella di Groviglio di vipere, che nella accuratissima traduzione italiana nulla ha perduto della potenza originale.

L’incipit:

Ti meraviglierai di trovare questa lettera nel mio forziere, sopra un pacchetto di titoli. Sarebbe stato meglio affidarla al notaio perché te la consegnasse dopo la mia morte, oppure metterla nel cassetto del mio scrittoio: il primo che i miei figli forzeranno quando ancora il gelo della morte non mi avrà irrigidito. Ma in ispirito ho rifatto per lunghi anni questa lettera, e l’ho imaginata sempre, durante le mie insonnie, spiccare sul fondo della cassaforte appositamente vuotata, la quale non avrebbe contenuto altro che questa vendetta preparata per quasi mezzo secolo. Rassicurati; tu d’altronde sei già rassicurata: «i titoli ci sono». Mi sembra udire questo grido, dal vestibolo, al tuo ritorno dalla Banca. Si, tu griderai ai figli attraverso il velo di lutto: «i titoli ci sono».
Poco è mancato però che essi non vi fossero più e ne avevo ben studiato l’espediente. Se l’avessi voluto, voi sareste oggi privi di tutto, fuorché della casa e dei terreni. Avete avuto la fortuna che so dominare il mio rancore. Ho sempre creduto che l’odio fosse ciò che di più vivo avessi in me; ed invece, non lo sento più. Sono invecchiato e a stento so rivedere in me il malato folle di poco fa, che durante le sue notti insonni non tramava più la sua vendetta (questa bomba a scoppio ritardato era già preparata con una scrupolosità di cui ero fiero), ma studiava il modo di poter di essa gioire. Avrei voluto vivere quel tanto che era necessario per poter vedere il vostro muso al ritorno dalla Banca. Sarebbe bastato darti un po’ più tardi la procura per aprire il forziere, per avere la gioia estrema di sentire le vostre domande disperate: « dove sono i titoli? ». Mi sembrava che allora la più atroce agonia non avrebbe diminuito il mio piacere. Ero io l’uomo capace di fare tali calcoli? Come mai ero giunto a tal punto, io, che non ero un mostro?

Da quattro ore il vassoio, con la mia colazione e i tovaglioli sporchi, giacciono sulla tavola attirando le mosche. Ho suonato inutilmente; in campagna i campanelli non funzionano mai. Attendo con impazienza in questa camera, ove ho dormito fanciullo, ove certamente morirò. Il primo pensiero di Genoveffa, in quel giorno, sarà quello di chiudere la mia camera per i suoi figli. Occupo la stanza più vasta e meglio esposta. Dovete pur riconoscere che mi sono offerto di cedere il mio posto a Genoveffa, e che l’avrei fatto se il dottor Lacaze non avesse temuto per i miei polmoni l’atmosfera umida del pianterreno. Avrei certamente fatto questo sacrificio, ma con un rancore tale che è meglio mi sia stato vietato di farlo. (Tutta la mia vita è trascorsa nel compiere sacrifici il cui ricordo mi avvelena; sacrifici che conservano ed accrescono i rancori resi più acuti dal tempo.)

Il piacere della discordia è una eredità di famiglia. Ho spesso udito raccontare da mia madre che mio padre era in discordia con i genitori, morti senza aver più visto il figlio, che trent’anni prima avevano scacciato di casa (mia madre aveva messo su famiglia con quei cugini di Marsiglia che noi non conosciamo).
Non abbiamo mai saputo il perché di questi litigi, ma ne attribuiamo la causa all’astio che covava nei nostri antenati. Ancora oggi, se incontrassi qualcuno dei cuginetti di Marsiglia, gli volterei senz’altro le spalle. Non si possono più soffrire i genitori che si siano allontanati; ma non è cosi per i figli, per la moglie. Esistono famiglie in cui regna l’accordo, ma, se si pensa a tutte quelle in cui due esseri si esasperano e provano disgusto per la comunanza cui sono costretti, di tavola e di lavabo, per il fatto di trovarsi sotto la stessa coperta, ci meravigliamo grandemente dello scarso numero dei divorzi! Si detestano e pur tuttavia non possono allontanarsi dalla loro casa…

L.

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