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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero della mitica collana settimanale “Oscar Mondadori” (Mondadori) diretta all’epoca da Alceste Nomellini.

Da questo romanzo il film omonimo del 1946 di Edmund Goulding, con Tyrone Power e Gene Tierney, nonché il relativo remake del 1984 di John Byrum, con Bill Murray e Theresa Russell.

La scheda di Uruk:

16. Il filo del rasoio (The Razor’s Edge, 1944) di W. Somerset Maugham [30 agosto 1965] Traduzione di Maria Martone

La trama:

Chi è il protagonista di questo romanzo? Elliott, uno snob generoso per ambizione e l’alta società che gli fa da sfondo, o sua nipote Isabel, giovane, ricca, impulsiva e sensuale? Le loro figure campeggiano in egual misura, ma chi a poco a poco prende il sopravvento è Larry Darrel, l’uomo amato da Isabel. Inquieto e ribelle, sognatore e mistico, egli lascia gli Stati Uniti e la sua donna per cercare qualcosa che dia un senso alla vita. Lo si ritrova ora a Parigi, tra libri e trattati di filosofia e di religione, ora nel nord della Francia, minatore fra i minatori, ora in Germania, contadino fra i contadini, ora in India accanto agli adoratori di Brahma. Elegante fra gli snob, lavoratore fra gli operai, asceta fra i santoni, Larry è l’uomo dell’assoluto disinteresse, colui che senza innamorarsi innamora Isabel e poi Suzanne, la modella, un fantasma inafferrabile che trova la propria completezza nel mistero delle religioni orientali.

L’incipit:

Non ho mai cominciato un romanzo con maggiore apprensione. Lo chiamo un romanzo, badate, solo perché non saprei che altro nome dargli. Ho pochi fatti da raccontare e non chiudo né con una morte né con un matrimonio. La morte mette fine a ogni cosa, è l’epilogo logico di un racconto, ma anche il matrimonio lo termina con molta opportunità e i raffinati fanne male a sogghignare di ciò che convenzionalmente viene definito un “lieto fine”. L’istinto sano delle persone comuni le convince invece che, avvenuto il matrimonio, non c è in fondo altro da dire. Quando maschio e femmina, dopo tutte le avventure che vi piace immaginare, seno finalmente uniti, essi hanno compiuto la loro funzione biologica e l’interesse si concenti su’la generazione futura. Io invece lascio in asso il lettore. Questo libro contiene i miei ricordi di un uomo con cui ebbi periodi di stretta intimità solo a lunghi intervalli, e poco so di quanto in questi intervalli gli accadde. Esercitando la fantasia, potrei, suppongo, colmare abbastanza logicamente le lacune e dare maggiore coerenza al mio racconto. Ma questo non è il mio scopo : desidero soltanto fissare ciò che so per conoscenza diretta.
Scrissi molti anni fa un romanzo intitolato La luna e sei soldi. Ispirandomi a un famoso pittore, Paul Gauguin, e sfruttando uno dei privilegi dei romanzieri, avevo inventato una serie di episodi per sviluppare il personaggio da me creato in base ai pochi fatti che conoscevo sull’artista francese. Non ho ripetuto l’esperimento in questo libro. Non ho inventato niente: solo, per evitare imbarazzi a persone ancora viventi, ho dato ai personaggi di questa storia nomi immaginari prendendo anche altre precauzioni per non farli riconoscere. Il mio protagonista non è un uomo famoso; potrebbe anche non diventarlo mai. Forse, quando finalmente la sua vita giungerà al termine, egli non lascerà, del suo soggiorno sulla terra, traccia migliore di quella che lascia sulla superficie dell’acqua una pietra gettata in un fiume. In questo caso il mio libro, seppure qualcuno lo leggerà, sarà letto solo per l’interesse intrinseco che potrà avere. Ma può anche darsi che la vita che quell’uomo si è scelta e la particolare forza e dolcezza del suo carattere abbiano un’influenza sempre crescente sui suoi simili, cosi che, forse molto tempo dopo la sua morte, ci si renda conto forse che questa nostra età ha ospitato un essere fuori del comune. In questo caso si capirà chiaramente di chi parlo nel mio libro e quelli che vorranno documentarsi, almeno superficialmente, sulla giovinezza del mio protagonista vi troveranno forse qualche particolare interessante. Questo mio libro, con le sue limitazioni che riconosco, sarà, credo, un’utile fonte d’informazioni per i biografi del mio amico.
Non pretendo, badate che le conversazioni che ho riportate siano considerate resoconti fedeli. Non ho mai appuntato ciò che fu detto nell’una o l’altra occasione ma ho un’ottima memoria per ciò che mi riguarda, e sebbene li abbia riferiti con parole mie, quei colloqui riproducono, credo, fedelmente i discorsi fatti. Ho detto poco fa che non ho inventato niente; permettetemi ora di modificare quell’affermazione. Mi sono presa – confesserò – la libertà, concessa agli storici dal tempo di Erodoto, di mettere in bocca ai miei personaggi discorsi che non ho udito con le mie orecchie e che non avrei potuto udire. Il motivo è quello stesso che vale per gli storici: ho voluto dare vivacità e verosimiglianza a delle scene che sarebbero risultate meno efficaci se fossero state soltanto raccontate. Desidero che mi si legga e ho il diritto, credo, di fare quel che posso per rendere leggibile il mio libro. Il lettore intelligente capirà facilmente dove ho usato quest’artificio ed è pienamente libero di non accettarlo.

L’autore:

William Somerset Maugham nacque il 25 gennaio 1874 a Parigi, dove suo padre, avvocato, era consigliere dell’Ambasciata britannica.
Visse in Francia fino all’età di dieci anni; poi, perduti i genitori, venne affidato allo zio paterno, un pastore protestante di Whitstable, nel Kent. Prosegui gli studi presso il Reale Istituto di Canterbury e, dopo una breve permanenza all’università tedesca di Heidelberg, spronato dallo zio a scegliersi una professione sicura, dimenticò temporaneamente le nascenti ambizioni letterarie e decise di entrare al St. Thomas’s Hospital di Londra per frequentarvi i corsi di medicina.
Il duro tirocinio cui fu sottoposto durante quegli anni gli permise di conoscere da vicino lo squallore dei bassifondi di Londra dove, come ebbe a dire egli stesso, «… ho sperimentato ogni emozione di cui l’uomo è capace. Ho visto come la gente muore. Ho visto che cosa è la speranza, la paura e il sollievo…». Da questa esperienza nacque, nel 1897, il suo primo romanzo, Liza of Lambeth (Liza di Lambeth) di ispirazione dickensiana. Ma, nonostante il successo dell’opera, fu solo dopo la laurea che Maugham decise di dedicarsi interamente alla letteratura. Cominciò a viaggiare. Fu prima a Siviglia, poi più volte in Italia: a Roma, nel 1903, scrisse il suo primo lavoro teatrale, A Man of Honour (Un uomo d’onore).

L.

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