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Con l’estate arriva la collana stagionale I Classici del Giallo Mondadori ORO, che questo luglio con il numero 9 presenta un classico del giallo italiano.

La scheda di Uruk:

9. Sei donne e un libro (1936), di Augusto De Angelis [luglio 2019]

La trama:

“Prego consegnare alla Questura.” È il messaggio, vergato di fretta con una stilografica, accluso a un misterioso involto che uno spazzino ha rinvenuto alle prime luci dell’alba sui gradini di una chiesa. Ora si trova negli uffici della Squadra Mobile di Milano, sul tavolo del commissario De Vincenzi. Dal pacco, avvolto in carta di giornale e puntato con comuni spilli, fuoriescono un camice bianco e quattro ferri chirurgici. Uno di questi, un bisturi, reca qualche macchia di sangue. Perché mai qualcuno si è preso la briga di inviare a lui un simile plico, e per giunta il 21 marzo, giorno d’inizio della primavera? Il commissario, da persona superstiziosa qual è, non riesce a vederci solo una coincidenza. Così come nella strana telefonata di una donna, forse una richiesta d’aiuto, giunta nello stesso momento. Quando poi viene chiamato d’urgenza nella bottega di un libraio dove giace il cadavere di un noto chirurgo e senatore, assassinato con due proiettili nella nuca, non gli occorre molta immaginazione per intuire che i fatti sono collegati. E che lo attende un caso ben al di fuori dell’ordinario.

L’incipit

Era rimasto a contemplare l’involto, che giaceva sui gradini della chiesa.
Le prime luci dell’alba illuminavano la piazzetta deserta. Sotto l’androne, che metteva in un cortile aperto, si vedeva il chiarore della lampada accesa davanti all’immagine della Madonna. Qualche minuto prima, tutte le luci delle strade si erano spente di colpo. L’aria era piena di brividi.
Un nuovo giorno nasceva così sulla grande città, che ancora rimaneva immobile, come estatica. Soltanto il rumore di qualche tranvai in lontananza, sul corso Vittorio Emanuele, e, dall’altra parte, per via Cavallotti.
L’uomo in uniforme grigia, filettata di rosso, guardava l’involto.
Dovevano essere stracci ravvolti in un giornale. Eppure quel pacco appariva troppo accuratamente confezionato, per contenere stracci.
Gli diede un colpo con la scopa e l’involto rotolò pei gradini sul selciato. Non si aprì. Doveva essere fermato ai due capi con qualche spillo, perché legato non era. Ma dal centro di esso, di sotto al margine del giornale, sbucava una busta bianca.
Lo spazzino si chinò a raccoglierla. Era aperta. Conteneva un foglio piegato in quattro. E sul foglio una sola riga di una scrittura grande e affrettata, a inchiostro azzurro «Prego consegnare alla Questura».
Ai suoi occhi, adesso, il pacco aveva acquistato importanza. Lo guardò con rispetto. E anche un poco con spavento. Qualunque cosa fosse stata ravvolta in quel giornale, una ce n’era di certo per lui, che lo aveva trovato: il fastidio di andare a San Fedele a consegnarlo e poi anche, forse, quello più grosso di tornarvi, di subire interrogatori, di dar spiegazioni, di doverle ripetere in Tribunale o alle Assisi, magari. Conosceva quelle cose! Una volta aveva raccolto un pacco di biglietti falsi e aveva dovuto maledire i falsari di tutto il mondo.
Tutte a lui capitavano! In venti anni che faceva lo spazzino municipale, per terra non aveva trovato che noie e immondizie, immondizie e noie.
Si guardò attorno. Nessuno.
Diede un calcio al pacco e quello rotolò più lontano. Ma tanto leggero non era, poiché fece sì e no un paio di metri.
Sospirò. Si passò il dorso della mano sulla bocca. E, finalmente, raccolse il pacco. Vi erano due spilli, infatti, a tenere le piegature del giornale, ai due capi. Tastò l’involto e sentì ch’era molle: indumenti certo. Anche però qualcosa di duro in mezzo agli indumenti, che faceva da peso.
Si avvicinò alla carretta di ferro, ancora vuota, e mise il pacco sul coperchio chiuso. Depose la scopa sui due ganci laterali. La lettera se l’era messa in tasca. Afferrò le stanghe e spinse la carretta. Si avviò lentamente giù per via Pasquirolo, verso piazza Beccaria, e la carretta di ferro cominciò a risuonare sul selciato.
Arrivò davanti a San Fedele che era giorno chiaro.
Aveva fatto il giro lungo e s’era fermato davanti alla Galleria a bere un caffè con la grappa, dal caffettiere ambulante, che lo squadrò due volte prima di servirlo, poiché non era suo cliente e non lo aveva visto mai.
«Nuovo da queste parti? Al posto di chi v’hanno messo?».
«Di nessuno. Sono di passaggio».
«A spasso con l’Isotta braschini ve n’andate?».
Lui non rispose. Non aveva voglia di chiacchierare. Quella storia dell’involto da consegnare alla Questura lo aveva messo di malumore… Afferrò di nuovo la sua Isotta Fraschini e se ne andò.
Sulla porta di San Fedele, si fermò con l’involto fra le mani. A chi doveva consegnarlo?
Un carabiniere lo guardava.

L’autore:

Augusto De Angelis (1888-1944), scrittore, giornalista e autore teatrale perseguitato dal regime fascista, è considerato il padre nobile del giallo all’italiana. Da appassionato cultore di questo genere letterario, ha anche curato una collana dedicata alla narrativa poliziesca. Il commissario De Vincenzi è il suo personaggio più noto, protagonista di quindici romanzi ambientati nella Milano degli anni Trenta.

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L.

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