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Prima di darlo via, schedo questo numero d’annata della collana “Segretissimo” (Mondadori), all’epoca della conduzione di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

184. Conto alla rovescia (Code Name: Countdown, 1965) di Robert Page Jones e Dan T. Streib [8 giugno 1967] Traduzione di Mario Morelli
Inoltre contiene:
Donald Stone: Operazione Drago (terza puntata), romanzo di Claudius Castle

La trama:

«Three… two… one… GO!» A Cape Kennedy, in Florida, alle ore 9,11 del 21 giugno parte il Wonderer II, una capsula spaziale con tre cosmonauti a bordo. Al momento del lancio si scopre che vicino ai retrorazzi è stata ricavata una piccola cavità. Tutto fa pensare che dentro vi sia un ordigno esplosivo. Ma ormai è troppo tardi: il Wonderer II è già in orbita. Spetta al Servizio Segreto Spaziale individuare il sabotatore e neutralizzarlo prima che faccia esplodere l’ordigno azionandolo da terra. L’agente Cameron Hess ha pochissime ore per portare a compimento la sua missione, e queste ore sono dagli autori raggruppate in sequenze vertiginose di un suspense narrativo veramente eccezionale. Di alto livello è del resto tutto il romanzo, tanto che in Francia è stato pubblicato nientemeno che dal “Nouvel Observateur”, ottenendo l’incondizionato consenso non solo del pubblico ma anche dei critici «superciliosi». Uscito dalla collaborazione di uno scienziato e di uno scrittore, il romanzo è un perfetto dosaggio di realtà e fantasia, di razionalità e partecipazione emotiva.

L’incipit:

San Diego (California), 21 giugno. Karl Buchner si agitò nel sonno, disturbato dal crepitio della pioggia sul tetto. Nel dormiveglia, provò la sensazione di planare nello spazio, trattenuto alla capsula soltanto da un sottile cordone ombelicale rivestito d’oro. La pioggia, poi, era un bombardamento di micrometeoriti che solcavano lo spazio a una velocità mille volte superiore a quella delle pallottole del più perfezionato fucile a tiro rapido: se uno di quei proiettili fosse venuto a perforargli lo scafandro da astronauta, il suo corpo sarebbe scoppiato come un pomodoro maturo…
Qualche minuto dopo, lo squillo insistente della sveglia lo liberò da quell’incubo.
A piedi nudi sulle mattonelle fredde della stanza da bagno, Karl Buchner si passò sulle guance le dita sottili e nervose. Lo strofinio della mano sulla barba ricordava il rumore di una raspa. Guardandosi nello specchio alla luce cruda del neon, Buchner si rese improvvisamente conto che da un quarto di secolo iniziava la giornata con quel rito banale.
Pensò che quella mattina la sua lucidità mentale era resa più acuta dalla certezza che la giornata sarebbe stata, per lui, molto diversa dalle altre.
Buchner dimostrava tutti i suoi quarantasette anni, se non di più, con quegli occhi chiari e freddi, la bocca dalla piega amara, il collo e le guance piene di rughe: le spalle curve e la cera malaticcia completavano il quadro.
E pensare che un tempo era stato un giovanotto aitante e addirittura bello!
Buchner si rivide nell’uniforme di ufficiale della Wehrmacht e si abbandonò, compiaciuto, a quel ricordo. Non mancava certo di prestanza quando sfilava sulla «Unter den Linden» tra fanfare e bandiere, mentre la gente batteva le mani. Buchner. l’invincibile!
Anche in seguito, durante gli anni estenuanti di laboratorio, si era preoccupato del proprio fisico seguendo un regime e facendo ginnastica. Forse anche ora, chissà…
Si guardò più attentamente nello specchio: no, ormai era troppo tardi. Si era lasciato andare per troppo tempo, aveva passato troppe notti bianche in laboratorio, dormendo solo per qualche ora, su una branda: aveva lavorato troppo intensamente, ossessionato dall’incubo di ritardi irreparabili…
Sarebbe bastato un piccolo sforzo di volontà dieci anni prima, forse cinque… Ma lui non aveva più avuto il tempo di occuparsi del proprio aspetto dopo quel mattino d’autunno, buio e freddo, quando a Monaco aveva preso l’aereo verso gli Stati Uniti, per un viaggio senza ritorno. Gli americani vincitori si erano interessati solo alla sua intelligenza e l’avevano sfruttata senza pietà.
— Razza di imbecilli! — esclamò ad alta voce.
Si morse le labbra per avere pronunciato l’invettiva in inglese: perfino la lingua materna gli avevano portato via!
Per sette anni, dopo la guerra, gli americani avevano instancabilmente saccheggiato le sue cognizioni, sezionato le minime parti- celle di sapere immagazzinate nel suo cervello, per innestarle, come tessuto vivo, nella mente dei loro scienziati, fino al giorno in cui erano riusciti a mettere a punto i missili. Allora avevano messo in disparte Buchner, come se la sua intelligenza non fosse stata che un nastro magnetico da registrazione, ormai inutilizzabile.

L.

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