Tag

, , , , , , ,

Prima di darlo via, schedo questo numero d’annata di “Segretissimo” (Mondadori) dell’epoca della gestione Laura Grimaldi.

La copertina è come di consueto firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

188. Sam Durell: missione Karachi [Sam Durell 16] (Assignment Karachi, 1962) di Edward S. Aarons [6 luglio 1967] Traduzione di Bruno Just Lazzari
Inoltre contiene:
Donald Stone: Operazione Drago (sesta puntata), romanzo di Claudius Castle

La trama:

L’oboe è uno strumento musicale di derivazione bucolica, uno strumento a fiato con un suono che evoca la nostalgia. Ma se l’oboe diventa «rosso»? Be’, allora la musica cambia, e Sam Durell ne sa qualcosa. Perché è una musica insidiosa, perché ha il fruscio lieve della lingua di vipera, perché è mortale. Dev’essere interrotta a ogni costo. Da un po’ di tempo questa musica suona sulle montagne lontane, misteriose, ai confini del Pakistan. E se suona c’è un motivo, e il motivo si chiama nickel, un metallo essenziale alla fabbricazione di materiale strategico, soprattutto di razzi. Alla misteriosa località del giacimento di nickel è legata una leggenda orientale: quella della Caverna dei Mille Teschi, la caverna che dai giorni delle gesta di Alessandro il Macedone cela una corona tempestata di gemme preziose sepolta sotto mille cadaveri. E mentre l’oboe continua a suonare in chiave di rosso, sullo sfondo di un paesaggio che sembra fuori del tempo, Sam Durell porta a termine, tra il crepitare frenetico di armi del ventesimo secolo, una missione che ha per posta la Pace.

L’incipit:

Durell si svegliò in un rumore di uccelliera, con la sensazione che un’ombra alata gli passasse e ripassasse sulla faccia. Con gli occhi ancora chiusi, riconobbe il grido dei gabbiani mescolato al gracchiare dei corvi e gli strilli acuti dei nibbi. L’ombra era quella di una poiana. Durell alzò il braccio davanti alla faccia per proteggersi dal bagliore accecante del sole che stava sorgendo e si girò cautamente sul fianco destro. Portata dalla corrente d’aria calda che si formava al limite della sabbia e del mare, la poiana salì a razzo, filò verso le rovine del vecchio torrione arabo piantato sulla scogliera, vi si posò e non si mosse più.
Durell aveva il braccio sinistro indolenzito. Il ruggito delle onde gli riempiva le orecchie ed era inzuppato da ondate di schiuma. Il sole era già caldo. Lo è fin dall’alba sulle rive del golfo di Oman, nel mese di agosto. Durell ammiccò. Aveva la pelle della faccia completamente secca. Le tempie gli dolevano. Aveva l’impressione di essere stato preso a martellate dalla testa ai piedi.
Non sapeva quanto tempo fosse rimasto svenuto. Era arrivato da Istanbul con un jet della: Pan- American, alle quattro del mattino. Tutto era andato normalmente: una jeep dell’esercito lo aspettava all’aeroporto di Karachi. Ma mentre contava di andare diretta- mente a trovare Daniel Donegan all’ambasciata, l’autista, uno spilungone magro della faccia di avvoltoio, fasciato in una uniforme cachi, l’aveva portato altrove, con la scusa che il colonnello K’Ayub voleva parlargli immediatamente.
Durell si sedette. Si domandava come mai fosse ancora vivo. Nel suo mestiere, la minima negligenza poteva avere conseguenze catastrofiche. Ricordava il nome dell’autista, Mahmud All. Un nome comune in quella parte del mondo come John Smith in America. Durell girò la testa cautamente per esaminare la spiaggia: a perdita d’occhio, sabbia bianca, accecante e lunghe onde che rotolavano con furia sulla riva. A sud (da quella parte sarebbe dovuto andare, se fosse riuscito a camminare) la costa s’incurvava molle- mente verso est e si perdeva dietro una scoscesa scogliera argillosa. Il sottile pennacchio di fumo di una nave cisterna si sfilacciava all’orizzonte. Più vicino, ma irraggiungibile quanto la luna, la vela panciuta di una imbarcazione araba stava prendendo il vento.
Durell incominciava a sudare. Non ricordava più esattamente ciò che era accaduto lassù vicino al torrione arabo. Ma se lo avevano imbarcato su quella jeep per ucciderlo e se non ci erano riusciti, rischiava di rimetterci la pelle, se non tagliava subito la corda.
— Mahmud!
Al grido di Durell la poiana spaventata decollò dal torrione.
I battiti delle sue enormi ali schioccarono come colpi d’arma da fuoco e l’uccello scomparve dietro la scogliera. Durell si alzò e cercò con gli occhi l’autista della jeep.
— Mahmud! — tornò a gridare.
Scorse la jeep ai piedi della scogliera, ad una trentina di metri dal punto in cui si era rialzato. Si tolse la giacca, se la gettò sulle spalle, si avviò verso l’auto, poi cambiò idea e tornò indietro a cercare la pistola.
Quando aveva preso l’aereo a Istanbul, con l’incarico di incontrarsi con Donegan a Karachi e di mettersi immediatamente in contatto con Sarah Standish, Durell aveva addosso un vestito blu la cui giacca era munita di una tasca speciale per la 38 a canna corta. Preferiva quella alle altre armi più perfezionate che venivano distribuite dall’armeria, al numero 20 di Annapolis Street a Washington, sede centrale della sezione K della C.I.A. che aveva ramificazioni in tutto il mondo.
Durell rimosse con la punta del piede la sabbia. Non trovando nulla, s’inginocchiò. Era preoccupato. Aveva perfino un po’ paura: Mahmud Alì portava alla cintura una Colt 45, nella jeep aveva un parabellum e aveva avvertito Durell che lo avrebbe ucciso.
La 38 era scomparsa.

L.

– Ultimi post simili:

Annunci