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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori“.

L’illustrazione di copertina è, come di consueto, del grande Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

649. Nessuno ti sentirà (Jury of One, 1960) di Mignon G. Eberhart [9 luglio 1961] Traduzione di Gabriella Di Jorio Pulga
Inoltre contiene anche:
Un certo Thin (A Man Named Thin, da “EQMM”, marzo 1961) di Dashiell Hammett

La trama:

«I gialli del Mandarino», giunti alla nona settimana, stando ai commenti del pubblico, non hanno deluso l’attesa. E la maggioranza dei giallisti celebri presentati ribadisce che l’abilità professionale dei più famosi raramente vien meno. La Eberhart conferma questa regola con un altro di quei suoi romanzi-suspense, tutto atmosfera, con un mistero che si rivela insondabile fino in fondo. La sua predilezione per le ville signorili, le grandi famiglie ricche, i loro amori odi sospetti intrighi finanziari, sono anche l’ambiente, la vicenda, i personaggi che noi preferiamo. I suoi gialli sono, infine, equazioni matematiche dal risultato imprevedibile ma estremamente logico. L’equazione di questa volta è così formata: l’infermiera + l’industriale — un agente di Borsa innamorato di lei — l’incognita della situazione della fabbrica + due assassinii = matrimonio in pericolo + un assassino che «paga».

L’incipit:

Era pomeriggio avanzato; Maggy s’incamminò per il sentiero. Attraverso una folta vegetazione di arbusti e cespugli, la pista portava al Belvedere, alla sommità della collina sul fiume. Il gorgolìo dell’acqua si faceva sempre più distinto man mano che lei si avvicinava al promontorio.
Un ramo di rosa le s’impigliò nel vestito proprio mentre lei sbucava nel piccolo spiazzo roccioso. Era pieno di rose, lassù. Fra il verde delicato e tenero del pergolato, i vermigli grappoli vellutati risaltavano nel sole come vivide macchie di sangue.
Il paesaggio era sempre lo stesso. Eppure, qualcosa pareva mutato.
C’era, naturalmente, la lunga striscia argentea del Matoax: il fiume scendeva impetuoso dalla diga di Milbridge; – venti miglia a nord – per insinuarsi serpeggiando fra le terre boscose dalla parte di Milrock e i prati incorniciati da lontane colline dall’altra. Poi, a una curva, il Matoax spariva tra i boschi, a sud della casa. La roccia, che in quel punto scendeva a picco dal promontorio, era quasi compieta- mente ricoperta di erica e da ciuffi di caprifoglio. Le colline, avvolte da una nebbiolina rossastra, si fondevano con l’orizzonte in una sfumatura tenerissima e il sole pareva divertirsi a fare strani giochi di luce sull’acqua.
Maggy ricordava quel paesaggio come si ricorda un quadro ammirato in tempi lontani; era sempre lo stesso, ma con qualcosa in meno, come se prima l’immaginazione lo avesse arricchito di qualche particolare che ora non esisteva.
La sua fantasia infantile aveva collegato quel fiume, non all’immagine di indiani o di esploratori olandesi come il Matoax avrebbe potuto suggerire, bensì a quella di grandi navi splendenti dalle vele d’oro; e i verdi prati e le colline circostanti li aveva visti disseminati di maestosi castelli turriti.
Forse – pensava Maggy – a quei tempi leggeva le avventure di re Artù. Laggiù a casa erano ancora tutti indaffarati a togliere i regali dalle scatole e a sistemarli in bell’ordine sui tavoli per l’esposizione.
La grande sala di soggiorno era ingombra di trucioli, cartoni e carte variopinte; i preziosi servizi d’argento, di cristallo e di porcellana sarebbero stati messi a posto l’indomani delle nozze, e cioè venerdì.
Guardò giù in direzione della casa ma, anche lì, le pareva che qualcosa fosse mutato; gli alberi, più alti e più folti, si confondevano con le viti selvatiche e solo qualche comignolo, a cui si avviticchiava l’edera, era visibile in lontananza tra il fitto del fogliame.

L.

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