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Prima di darlo via, schedo questo numero d’annata della collana “Segretissimo” (Mondadori), all’epoca della conduzione di Laura Grimaldi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

174. Bart Gould: l’Aquila del Prater [Bart Gould 5] (Baron Sinister, 1965) di Joseph Milton (Joseph Hilton) [30 marzo 1967] Traduzione di Nuccia Agazzi
Inoltre contiene:
– [I metodi della guerra psicologica] Il grande bluff, di Charles Reynaert
Storia di una spia, di Mario Minini

La trama:

Nella vecchia Vienna, sotto le guglie e i pinnacoli di Santo Stefano, mentre la ruota del Prater accende il cielo di luci multicolori, qualcuno uccide. Il revanscismo miete vittime a catena. Cinque funzionari del governo degli Stati Uniti, di stanza in Europa, sono scomparsi senza lasciare traccia. Due da Berlino Ovest, uno da Parigi e due da Vienna. E proprio Vienna sembra il punto di partenza di queste misteriose sparizioni. Ma la traccia termina qui. La missione di Bart Gould, l’agente privilegiato che riceve ordini direttamente dalla Casa Bianca, consiste anzitutto nel seguire il filo, sia pure esile, di quell’unica traccia, e nello scoprire non solo che cos’è accaduto ai cinque uomini, ma perché. E questa sorta di filo di Arianna lo conduce a un minaccioso castello e ai suoi ancor più minacciosi occupanti, tutti membri di un’agonizzante aristocrazia che non si rassegna a essere tagliata fuori dal potere. Bart Gould, che invece appartiene a tutt’altra aristocrazia, si muove in quest’ambiente con la spietata determinazione dell’uomo del nuovo mondo, deciso a spazzare una volta per sempre le scorie di un passato fantomatico e tuttavia capace ancora di gesta criminose il cui scopo è l’imposizione di una rinnovata ideologia della morte.

L’incipit:

Il giovane Robert Holmes aveva atteso il convegno di quella sera con una varietà di emozioni: una specie di eccitata anticipazione, il vago timore che avvenisse realmente e che lui non avesse capito male, e infine una fondamentale impazienza fisica.
Non gli sembrava possibile.
Non si faceva illusioni su se stesso. Sapeva di avere un aspetto comune, ed era quasi pronto ad ammettere, nel suo intimo, di possedere delle capacità altrettanto comuni. Il suo lavoro alla sezione consolare dell’ambasciata era roba di ordinaria amministrazione, al punto da diventare monotono. Per il momento, l’unica nota brillante era costituita dal fatto di prestare servizio a Vienna, anche se lui non faceva niente di speciale. Ma lo star seduto tutte le sere in uno dei caffè del Kohlmarkt gli dava l’illusione di svolgere un lavoro importante.
Poi aveva conosciuto Mia. Era accaduto una sera in cui Robert, come al solito, se ne stava seduto tutto solo, fingendo di leggere l’ultima edizione dell’«Herald Tribune» di Parigi, mentre in realtà osservava e ascoltava i discorsi degli abituali frequentatori del locale. Anche lui stava diventando un habitué. Il vecchio Otto, il cameriere, lo salutava per nome e sapeva, senza chiederglielo, la particolare miscela di caffè che lui preferiva. E alcuni clienti abituali dei tavoli vicini gli indirizzavano un cenno di saluto quando entrava e usciva dal locale. In poche parole, non aveva più l’impressione di essere un forestiero.
Per questo non ebbe alcun sospetto quando la donna seduta al tavolo vicino lo salutò amichevolmente e gli rivolse la parola un minuto dopo che lui aveva preso posto al solito tavolo.
— «Es ist heute abend sehr kalt, nicht wahr?»
Gli ci volle un momento per tirar fuori una risposta dal suo magro repertorio di frasi in tedesco: — «Es ist sehr kalt».
Lei riprese il discorso in inglese, con un leggero accento tedesco.
— È sempre così, quando soffia il vento della foresta viennese. Penetra nelle ossa.
La donna finse di rabbrividire come per rendere più evidente la sua affermazione.
Robert Holmes cercò di non fissarla troppo apertamente, mentre si spremeva il cervello per trovare le parole adatte a continuare la conversazione. La ragazza non era bella nel comune significato della parola, ma emanava un fascino dinamico… l’incarnazione di tutto ciò che lui aveva sognato di Vienna.
La donna si era sfilata la giacca di pelliccia, che ora pendeva con noncuranza dallo schienale della sedia. L’abito nero di crêpe di lana, con la profonda scollatura a « V » che lasciava intravedere la curva dei seni alti, metteva in risalto quello che lui poteva scorgere della sua figura. Aveva la pelle morbida e vellutata con le sfumature dell’avorio antico, che contrastava con il nero lucente dei capelli e degli occhi, dandole un aspetto quasi tragico.
Portava un unico gioiello, un anello con un gigantesco opale nero.
— È molto che siete a Vienna? — s’informò la ragazza.
— Poco più di tre mesi.
— Vi piace?
— Molto. — Poi, vinto da un impulso di franchezza, soggiunse : — Solo che conosco poca gente. Viennesi, voglio dire. Ve ne sono soltanto due che lavorano nel mio ufficio, all’ambasciata. Una è una vecchia zitella che avrà più di sessantanni, e l’altro è un ometto insignificante che parla sempre dei suoi sei figli.
Lei scoppiò a ridere.
— Allora bisogna fare qualcosa!

L.

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