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La Newton Compton porta in libreria un romanzo a sfondo storico: l’inizio di una nuova saga.

La scheda di Uruk:

1007. L’imperatore tiranno [Aulo Severo 1] (The Last Caesar, 2012) di Henry Venmore-Rowland [8 luglio 2019] Traduzione di Gianluca Tabita Bonifazi

La trama:

68 d.C. L’imperatore Nerone non ha figli e non ha designato eredi. Improvvisamente la possibilità che Roma torni a essere una repubblica non è più così remota e le ambizioni di molti rischiano di scatenare corruzione, caos e spargimenti di sangue. Aulo Cecina Severo, l’eroe della gloriosa campagna contro Budicca, viene coinvolto in una cospirazione che mira a rovesciare la dinastia dei Cesari. In nome dei suoi ideali, sarà chiamato a commettere un tradimento, a sollevare una rivolta e persino ad affrontare torture che vanno oltre ogni immaginazione. Ma è davvero questo il destino di Roma? Il confine tra ciò che è giusto e sbagliato, infatti, è sempre più incerto e mantenere fede ai giuramenti diventa per Severo ogni giorno più pericoloso. Se vuole davvero mantenere intatto l’onore e agire per il bene di Roma, dovrà usare tutta la tempra acquisita in battaglia e affinare la sua astuzia politica. Perché con l’arrivo dell’anno dei quattro imperatori, le lotte di potere potrebbero degenerare in una sanguinosa guerra civile…

L’incipit

La battaglia era perduta prima ancora che cominciasse. Qualsiasi sciocco se ne sarebbe reso conto. Eravamo solo una sottile linea rossa, due legioni strette da entrambi i lati dalla morsa di una fitta foresta La nostra ritirata era bloccata, e l’orda della strega britannica Boadicea avanzava, andando incontro alla nostra prima linea. Gli uomini lanciarono i giavellotti contro il mare di Celti, contro quei volti orrendi, spalmati e striati di guado, e la loro prima ondata offensiva vacillò. Due sole legioni contro forse centomila uomini. Morirono a migliaia, ma ne avevano migliaia da sacrificare. Avremmo dovuto contare su tre legioni, ma quel pazzo del legato Ceriale aveva tentato di liberare la città di Camulodunum con appena metà della IX. Furono massacrati. Non eravamo più di diecimila soldati, sfiniti e coi piedi doloranti, e sembrava che mezza Britannia si trovasse li per spedirci nell’Ade. I Celti erano così sicuri della vittoria che le loro donne avevano disposto il convoglio dei bagagli a mezzaluna e vi si erano arrampicate sopra per guardare il massacro, come se si trattasse di un barbaro spettacolo teatrale.
Avevo a malapena vent’anni, e comandavo alcuni distaccamenti della mia legione, la
Ventesima Valeria Victrix. Ero a circa venti passi dai miei uomini, all’inizio di un leggero pendio, per avere una visuale migliore della battaglia. Le prime ondate di nemici erano state ridotte a brandelli da una serie di raffiche di giavellotti che si piegavano nell’impatto. Ma gli uomini che avevamo ucciso erano i giovani e gli sciocchi che cercavano di farsi un nome gettandosi per primi nella mischia, sperando forse di spezzare la nostra linea. Dopo di loro vennero avanti guerrieri più vecchi e più saggi, che si fermarono appena poco lontano da noi. I truci volti blu ci fissarono per quella che sembrò un’eternità, poi i nemici iniziarono a battere le spade sugli scudi ricoperti di pelle. Prima lentamente, senza nessun altro suono a parte un costante e minaccioso tump, tump, tump. Poi il ritmo divenne sempre più veloce, fino a quando il rumore di decine di migliaia di lame sui clipei diventò un enorme frastuono. Alla fine, il clangore fu soffocato da un urlo, un grido selvaggio rivolto al cielo, mentre partivano alla carica. Gli uomini rimasero immobili formando una solida linea contro cui i Britanni si sarebbero infranti. O così speravamo.
Mentre il ruggito dei Celti mi risuonava ancora nelle orecchie, ci caricarono, e il vortice della battaglia prese il sopravvento. Le prime grida di dolore lacerarono l’aria mentre il ferro trapassava la carne e le borchie degli scudi colpivano i volti. Li stavamo contenendo! Grazie agli dèi avevo trovato quella stretta gola, altrimenti a quel punto saremmo stati circondati, e io sarei morto in quella fredda, umida, remota provincia dell’impero, invasa solo per il capriccio dell’imperatore Claudio. Ma in quella situazione i Britanni potevano assaltare le nostre truppe solo con una linea d’attacco non più larga della nostra. Fischi acuti squillarono per ordinare la rotazione dei ranghi, consentendo agli uomini riposati di rimpiazzare quelli in prima linea, e i Britanni si ritrovarono a fronteggiare un nuovo gruppo di nemici.
Ma il nostro sottile schieramento non poteva reggere più di tanto. Presto i miei uomini iniziarono a indietreggiare verso il pendio, nella mia direzione. Mi tolsi l’elmo e iniziai a lanciare grida di incoraggiamento ai soldati affaticati, ma mi sentivo così impotente. Tutto ciò che potevo fare era guardare, mentre iniziavamo ad andare in frantumi. Lungo tutto il resto della linea stava accadendo la stessa cosa. Perfino il generale Paolino e il suo stato maggiore si erano spostati ancora più indietro, verso la foresta alle nostre spalle. All’improvviso mi resi conto del rumore di zoccoli che procedevano al galoppo dietro di me, mi voltai e vidi un giovane ufficiale dello stato maggiore col viso bianco come la cenere che mi chiamava dalla sua cavalcatura. «Il generale Paolino sta per suonare la ritirata, signore. Dice di tenersi pronti a disimpegnarsi e correre al riparo nella foresta».

L’autore:

Henry Venmore-Rowland è nato e cresciuto nelle campagne della contea di Suffolk, nell’Inghilterra orientale. È stato sempre un grande lettore e la passione per la storia l’ha portato fino a Oxford, dove si è laureato in Storia. L’imperatore tiranno è il suo romanzo d’esordio.

L.

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