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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero de “Il Giallo Mondadori” dalla copertina decisamente invitante.

L’illustrazione di copertina è, come di consueto, del grande Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

580. Verdetto con infamia (The Decoy, 1951) di Edward Ronns (Edward S. Aarons) [25 gennaio 1958] Traduzione di Bruno Just Lazzari
Inoltre contiene anche i racconti:
Qualcosa di malvagio [parte prima] (Malice in Wonderland, da “EQMM”, ottobre 1957) di Rufus King
Poliziotto comprensivo (The Last Week, da “EQMM”, ottobre 1957) di A. Harris

La trama:

Ogni Stato, nella Confederazione americana, dispone di grosse somme da erogare a scopo benefico nella comunità. Di tanto in tanto, la stampa, che in quel Paese gode di una libertà, come tutti sanno, illimitata, rivela scandali a questo proposito. L’argomento ha ispirato a Edward Ronns un giallo rivelatore della corruzione e delle manovre politiche che possono nascere intorno alle centinaia di migliaia di dollari per la beneficenza, coinvolgendo personalità di primo piano di uno qualsiasi dei tanti Stati americani; le poste in gioco sono talmente grosse, che si arriva fatalmente al delitto, al ricatto, al sopruso, alla congiura. Qui siamo a Sea County, una Contea di provincia, sull’oceano, rinomata per la villeggiatura, e Sea City, cittadina ridente, è nelle mani di loschi quanto strapotenti figuri. Una donna d’affari, quella che manovra l’opinione pubblica della Contea attraverso il suo giornale, è tra due fuochi : il sacro indignato furore di Ben Sherman, avvocato che qualcuno vuol togliere dalla scena pubblica, e il fuoco spietato di qualcuno che non vuol mollare il grosso malloppo di dollari, ed è disposto a tutto. Ma chi è che tiene nel terrore tutta una Contea? Riuscirà Ben a smascherarlo?

L’incipit:

Ben Sherman si svegliò e alla sua mente si presentarono due incognite: l’ora e il luogo dove si trovava. La notte era fresca. Si udiva nelle paludi vicine il gracidare delle rane che annunciavano un po’ timidamente la primavera, ma non il rumore dell’oceano. Nel silenzio greve che faceva da sfondo al gracidio delle rane, Ben avvertì un respiro. Subito dopo sentì, contro il proprio fianco, la pressione morbida e calda dell’anca di Angie.
Sembrava che la donna dormisse. La sua presenza servì a Ben da punto di riferimento per orientarsi nell’oscurità. Aprì gli occhi e osservò la camera, senza muoversi e senza disturbare il sonno di Angie.
Qualcosa lo aveva svegliato, ma non riusciva a ricordare che cosa, né a spiegarsi il vago senso d’inquietudine che provava. Il biancore crudo del soffitto raccoglieva la debole luce delle stelle che penetrava dalla finestra aperta. Una lieve brezza agitava le tende. Restò immobile, con l’orecchio teso, ma non udì altro che le rane e il respiro placido e profondo di Angie.
Era un pezzo che Angie e lui non s’erano trovati insieme cosi. Cercò di ricordare dove e come l’avventura fosse cominciata, la sera. Lui non l’aveva certo desiderata e, d’altronde, una cosa simile non sarebbe dovuta accadere. La loro ultima spiegazione, due mesi prima, era stata troppo penosa e violenta. Ben deplorò la propria mancanza di fermezza, ma sapeva per esperienza che era difficile resistere ad Angie.
Benché si fosse svegliato di soprassalto, il respiro di Angie continuava profondo e regolare. Ora Ben sapeva do- v’era. Riconosceva vagamente la camera, le sue tendine di cinz e i mobili rustici francesi. Era già venuto un paio di volte al villino di Angela Pomeroy, sul fiume Pine. Non poté far altro che rassegnarsi: il luogo era quanto mai isolato, e non era certo il momento di fare uno scandalo.
Aveva la bocca maledetta- mente impastata. Non ricordava che cosa avesse bevuto e come fosse andata. Gli venne in mente che aveva cercato di mettersi in contatto con Charley Dikes, dopo l’udienza in Tribunale. 11 ricordo della serata era impastato come la sua lingua. Non avrebbe saputo dire se, alla fine, aveva trovato Charley o Evan Toller: il più anziano dei suoi soci. Ma aveva girato molti bar e molti locali notturni (l’Athletic Club, tra gli altri). Alla fine, evidentemente, era entrata in scena Angela.
Si sollevò su un gomito e, alla tenue luce proveniente dalla finestra, guardò la lunga, esile figura distesa accanto a lui.
Fuori, le rane continuavano a gracidare. Ben si stirò. Nonostante la quantità di alcool che doveva aver ingurgitato la sera prima, si sentiva in forma. Guardò l’orologio: le due del mattino. I suoi abiti erano accanto al letto, appesi a una sedia. Sarebbe stato facile vestirsi e andarsene tranquillamente lasciando Angie immersa nel sonno, ma Ben si ricordò che erano arrivati al villino con l’automobile di lei e non poteva certo privarla dell’unico mezzo per tornare in città, la mattina dopo. L’idea dell’automobile gli fece ricordare che cosa l’aveva svegliato.
Ne aveva udito una procedere lentamente per lo stretto viale sabbioso che, in mezzo ai pini, portava al villino.
Si drizzò di scatto, sempre più inquieto. Non udì nulla.
Il suo movimento svegliò la donna, che si girò con un piccolo brontolio aggressivo.
– Ben?
– Dormi, Angie.
– Come?
– Niente. Dormi.
Ma ormai era sveglia. Si sedette, lasciando ricadere le lenzuola in grembo.
– Che cosa c’è, Ben?
– Non lo so.
Lui parlava piano e, istintivamente, anche lei abbassò la voce.
– Hai forse sognato?
– Non lo so. Credo che ci sia qualcuno, là fuori.

L.

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