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La Newton Compton porta in libreria un thriller a sfondo storico.

La scheda di Uruk:

1016. La biblioteca dei labirinti (Het Paulus labyrint, 2017) di Jeroen Windmeijer [25 luglio 2019] Traduzione di Emanuela Alfieri

La trama:

Università di Leida, 20 marzo 2015. Il professor Peter de Haan ha appena concluso una lezione, quando tra le sue carte trova una busta bianca con un misterioso messaggio in latino: «Hora est». È giunta l’ora. Poco dopo, durante una cerimonia d’inaugurazione alla biblioteca, un crollo improvviso rivela un tunnel sotterraneo. Deciso a saperne di più, Peter si cala nell’apertura e scopre uno straordinario labirinto di gallerie. E lì, in mezzo alle macerie, c’è un uomo, nudo e ricoperto di sangue, privo di sensi. Come una vittima sacrificale… Ancora sconvolto per quanto è accaduto, il professore riceve un altro messaggio: «Tu sei l’eletto». Che cosa significa? Peter vorrebbe liquidare l’intera faccenda come una tragica serie di fatalità, quando la sua collega Judith scompare senza lasciare traccia. L’intrigo in cui si ritrova coinvolto ha conseguenze molto più pericolose di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Ha solo ventiquattro ore per ritrovare Judith, altrimenti verrà uccisa. Braccato dalla polizia, costretto a decifrare enigmatici indizi che rimandano alla Bibbia e alla vita dell’apostolo san Paolo, Peter dovrà fare molta attenzione se non vuole che la sua indagine si trasformi in un incubo…

L’incipit:

Mérida (Hispania), 72 d.C.
Il boia squarcia il ventre del condannato, incidendolo con il pugnale appuntito. Basta un taglio. E il sangue sgorga a fiotti, come acqua che sfonda lo sbarramento di una diga. Le budella dell’uomo schizzano fuori, dondolano come serpenti scuoiati. Lui urla, agonizzante. È il momento delle aquile: giungono in equilibrio sui parabraccia di cuoio dei falconieri. E si lanciano con i becchi aguzzi sul fegato in bella vista della vittima, cibandosene con avidità. Gli altri tre malcapitati, legati a dei pali di legno e condannati allo stesso destino, lottano disperatamente per fuggire.
Il pubblico è in estasi. L’anfiteatro, costruito durante l’impero di Cesare Augusto, può contenere fino a milleseicento spettatori. Oggi i tre ordini di spalti sono gremiti.
Dopo le
venationes, che hanno inscenato la caccia agli animali esotici, è la volta delle esecuzioni pubbliche. In molti hanno approfittato del deludente atto di apertura – la semplice decapitazione di un pugno di criminali – per fare un salto alle latrine.
Per eseguire le condanne a morte, gli organizzatori si ispirano ai miti dell’antica Grecia. E il pubblico apprezza la loro creatività. Dopo che le aquile hanno attinto a volontà alle viscere dei prigionieri e i quattro sono morti come narra la leggenda di Prometeo, vengono introdotte quattro rampe di legno su ruote. Al centro di ognuna c’è un enorme macigno. Entrano i prigionieri. Devono rappresentare il castigo di Sisifo, spingendo il masso in cima alla rampa. Naturalmente nessuno di loro riesce nell’impresa. Lo schianto delle ossa che si spezzano si propaga fino al terzo anello.
Quindi nell’arena viene spinto un altro gruppo di condannati. Questi uomini non ricevono acqua né cibo da giorni. Devono cercare di afferrare le brocche e il pane appesi a dei lunghi pali. Per la gioia della folla i pali vengono sollevati un attimo prima che riescano ad agguantarli. E il cibo e l’acqua diventano irraggiungibili come lo erano per Tantalo. Quando l’attenzione degli spettatori comincia a scemare, entrano in scena dei cani famelici, pronti a sbranare i malcapitati.
Adesso è la volta di otto uomini che vengono ricoperti d’olio e pece e legati a delle pire. Alcuni ragazzini romani di non più di dodici anni li colpiscono con frecce fiammeggianti, mandandoli a fuoco. E loro vanno incontro a una fine rovente tra le urla. Un mormorio d’approvazione si diffonde per l’intero anfiteatro. Forse in questo caso la mitologia greca non c’entra nulla, ma si tratta di una novità mai vista prima.

L’autore:

Jeroen Windmeijer è nato nel 1969 in Olanda ed è un antropologo con all’attivo pubblicazioni accademiche sulle popolazioni indigene dell’Ecuador, presso le quali ha vissuto per molti mesi. Ama inserire nei suoi romanzi elementi biblici e di storia romana.

L.

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