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La collana “Segretissimo” (Mondadori) nel 2000 decide di presentare un “figlio” di Gérard de Villiers.

La scheda di Uruk:

1412. Il Celta: Operazione Deserto Rosso [Le Celte 3] (Opération Désert Rouge, 1998) di Robert Morcet [11 giugno 2000] Traduzione di Giancarlo Carlotti

La trama:

Ben Malek, generale iracheno, e Yamila, sua figlia.
Hanno sottratto a Saddam Hussein i piani di un’operazione segretissima. Li venderanno al governo francese per venti milioni di dollari.

Tarek Azzad, capo delle Forze Speciali irachene.
Guida un commando a caccia dei traditori. Il futuro dell’Irak è racchiuso nella valigetta contenente i documenti trafugati.

Ron Burd, ex agente CIA.
È al soldo degli iracheni, ma fa come sempre il doppio gioco. Questo sarà il suo ultimo incarico, poi si ritirerà in campagna a godersi una vecchiaia dorata.

François Thibault, industriale.
Tra i componenti elettronici che produce ci sono anche i detonatori per missili nucleari.

Loic Le Goenec, detto il Celta.
L’asso dell’anti-gang. L’ultimo baluardo contro il delirio di un dittatore.

L’incipit:

Il furgoncino dai vetri oscurati svoltò dall’avenue Jean-Jaurès per andare a parcheggiare a fari spenti dietro la Brigande, la più lussuosa villa di Bougival.
Seduto accanto all’autista, il longilineo colonnello Tarek Azzad, in mimetica nera, segnalò di spegnere il motore, poi diede una rapida occhiata alla residenza che si stagliava imponente nell’oscurità.
L’americano Ron Burd, incastrato nel sedile posteriore in mezzo a cinque soldati iracheni armati di fucili M16, non s’era mai sentito tanto solo in vita sua. Quando incrociò per caso lo sguardo del colonnello, fu scosso da un brivido. “My God, che faccia patibolare!” pensò, nauseato dall’aspetto assurdo di Azzad, soprannominato dai suoi uomini el Baz, il Falco. Era difficile restare impassibili in presenza del colonnello albino. Quegli occhi chiari, quasi trasparenti, dalla sclera rossastra, inquietavano per il loro aspetto vitreo. Sulla fronte spaziosa, attraverso la pelle rosea, traspariva il reticolo dei capillari, che gli dava l’aspetto di un essere venuto dallo spazio. Burd trovava qualche difficoltà a ricordarsi che si trattava di un uomo e non di un extraterrestre depigmentato.
Ma il dettaglio più spettacolare era la mostruosa cicatrice che solcava la guancia destra, dal mento fino all’angolo dell’occhio, una ferita di guerra, ricordo di un incidente occorso nel giugno 1988, quando Saddam Hussein l’aveva appena posto a capo delle Forze Speciali, un commando di fedelissimi incaricato della pulizia etnica nei villaggi curdi.
Durante le prime incursioni, Azzad aveva preso l’abitudine di scagliare contro chiunque osasse guardarlo in faccia il suo animale simbolo, un falco appositamente addestrato all’attacco. Quel mattino, durante un rastrellamento nel villaggio di Gezlah, alla frontiera con il Kurdistan iracheno, una bomba a mano lanciata da un giovane montanaro era esplosa a pochi metri dalla jeep del colonnello, e il terrorizzato rapace che Azzad portava appollaiato su un guanto di cuoio sera avventato contro il volto del padrone. Gli artigli avevano lacerato la carne tenera della guancia, mancando l’occhio per un soffio. Se due militari non fossero riusciti a liberare in tempo il superiore, il becco del rapace impazzito gli avrebbe sbrindellato mezza faccia. In certi tratti era addirittura uscito allo scoperto l’osso mascellare.
Karim, il suo fedele braccio destro, era stato sul punto di svenire davanti a quella ferita orrenda, mentre il suo capo urlava come un pazzo, coperto di sangue.
Nonostante il dolore insopportabile, Azzad aveva trovato il modo di ordinare che abbattessero il falco impazzito e bruciassero in un hangar tutti gli abitanti del villaggio. Sapeva che la sua vita era cambiata per sempre. Quel volto albino di cui andava fiero, quel viso strano che emanava un alone di mistero fruttandogli una discreta popolarità presso certe signore, era stato deturpato in pochi secondi. Sarebbe diventato oggetto di curiosità e disgusto, una specie di
elephant man condannato a portare quel grugno spaventoso sino alla fine dei suoi giorni.
Quando s’era guardato per la prima volta allo specchio, all’ospedale militare di Baghdad, aveva persino meditato il suicidio. Non era piti un essere umano.
Solo la mentalità da militare superaddestrato e il sostegno personale di Saddam Hussein gli avevano permesso di tener duro. Poi, con il passare delle settimane, s’era accorto dell’effetto del suo nuovo volto. La paura e la soggezione che leggeva nello sguardo altrui gli davano una forza fino ad allora sconosciuta. Quella cicatrice mostruosa sarebbe diventata un simbolo di violenza e terrore che avrebbe rafforzato il suo potere in modo considerevole. Con quella piaga indelebile scolpita in faccia, il colonnello era diventato la perfetta incarnazione della dittatura di Saddam.

L’autore:

La vita di Robert Morcet è avventurosa proprio come un personaggio dei suoi romanzi. Nato nel 1949 a Saint Ouen, nella Francia settentrionale, dopo il servizio militare in Marina ha fatto diversi lavori, come tornitore, fresatore e commerciante in Germania. Proprio in quest’ultimo periodo è stato implicato in quattordici rapine a mano armata, che gli hanno procurato dieci anni di prigione. Scarcerato nel 1985, ha cominciato a scrivere, riscuotendo nel 1987 un incoraggiante successo con il suo primo romanzo, Tendre voyou. Del 1989 è il libro su Edith Piaf nel venticinquennale della morte della cantante. Fin dal 1987, Morcet ha cominciato a lavorare alla serie del Celta, in cui si riflettono i suoi rocamboleschi trascorsi. Attualmente ha anche avviato l’attività di restauratore.

L.

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