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La collana “Segretissimo” (Mondadori) continua a presentare le avventure dell’eroe d’azione Marcinko.

La scheda di Uruk:

1359. Oro maledetto [Rogue Warrior 5] (Designation Gold, 1997) di Richard Marcinko e John Weisman [31 maggio 1998] Traduzione di Giuseppe Settanni

La trama:

È stata davvero la mafia russa a decretare la morte del miglior amico di Marcinko? L’Arma Non Convenzionale dello spionaggio americano è pronta a partire per una nuova crociata contro i nemici di ieri, ma il mandante, insospettabilmente, si trova proprio in America.

L’incipit:

Boris scrutò la strada attraverso gli speciali occhiali per la visione notturna (era il modello più recente, di terza generazione) e si preparò ad affrontare la curva successiva rallentando l’andatura della nostra Zhigulì di colore scuro fino a trenta chilometri l’ora.
Misha, che aveva un analogo congegno visivo calzato sulla calotta cranica del suo brutto ceffo da ucraino, alzò il braccio sinistro come farebbe un sergente maggiore dei paracadutisti prima di fare lanciare i suoi uomini. Torcendo a metà il suo collo taurino, grugnì in tono teatrale sotto i baffoni spioventi: — Pronti, Dicky.
Poteva risparmiarsi il fiato. Anche senza strumenti ottici particolari, distinguevo benissimo, nell’oscurità della notte senza luna, la sagoma della vecchia dacia in legno di cedro, con il tetto di ciottoli leggermente concavo, in cima a una collinetta a cento metri da noi, in fondo alla stradina ghiaiosa che stavamo percorrendo.
La Zhigulì superò il primo cancello, facendo scricchiolare la ghiaia, mentre Boris rallentava ancora e procedeva a passo d’uomo.
Per quello che potevo vedere, le luci erano tutte spente all’interno della dacia. Era un segno incoraggiante, forse dormivano tutti, o erano ubriachi, o entrambe le cose.
Intanto avevamo superato anche il secondo cancello. Adesso toccava a me. Mentre passavamo accanto alla sgangherata recinzione, fatta di grossi pali di legno, cominciai a contarli. Quando arrivammo vicino al trentesimo, diedi una pacca sulla spalla di Boris, feci un fischio di avvertimento a Misha, mi appoggiai con la spalla alla portiera posteriore di sinistra, la socchiusi e mi buttai fuori, in quella fredda notte settembrina, giusto in corrispondenza del punto che avevo fissato analizzando le foto scattate meno di otto ore prima da Misha, durante un volo di ricognizione a bordo di un elicottero della Marina russa, un Kamov Hokum preso in prestito per l’occasione.
Ma la legge di Murphy (quel tale che ha teorizzato la probabilità che accada ciò che si considera improbabile) non ha mai cessato di accompagnare le mie peripezie. Inoltre, se è vero che ogni foto racconta una storia, come diceva un celebre slogan della Kodak, non è detto che racconti sempre la storia giusta. Nessuno, per esempio, si era dato la pena di avvertire la durissima betulla che cresceva proprio in quel punto di spostarsi per non interferire nella mia manovra, né di avvertire me della presenza di quello stramaledetto tronco d’albero che cresceva disgraziatamente sul ciglio della strada. Così, quando mi lanciai fuori dal veicolo, rannicchiandomi e rotolando su me stesso con l’esperienza che mi contraddistingue e di cui vado fiero, andai inopinatamente a sbattere il mio grugno slovacco contro la ruvida corteccia e la resistentissima fibra legnosa della succitata betulla.
Amici miei, non esagero, ve l’assicuro, se dico che l’impatto fu davvero duro. Ma in quel momento non ebbi nemmeno il tempo di preoccuparmi del dolore, perché l’albero deviò la rotta della mia perfetta manovra d’infiltrazione, e rotolai in modo incontrollabile verso dritta, impigliandomi con la caviglia destra in un fitto cespuglio di more, irto di aculei più taglienti delle punte di un filo spinato, con effetti aggravati dalla velocità con cui ci finii dentro.
Okay, okay, i jeans strappati sono di gran moda, al giorno d’oggi. Ma io non sono un fanatico della moda: a me piacciono i jeans classici, vecchia maniera, blu scuro e senza buchi. Comunque, dopo quella passabile imitazione di Fratel Coniglietto che sfugge a Comare Volpe rifugiandosi nel folto dei rovi, atterrai bruscamente in un fossatello che correva lungo la strada, scheggiandomi un incisivo contro qualcosa di duro e picchiando con il gomito contro un altro oggetto altrettanto duro e, dopo aver attraversato un altro cespuglio spinoso, mi arrestai finalmente in un punto sgombro di ostacoli puntuti o altre insidie del genere.
Rimasi immobile, con il cuore che correva al ritmo di 160 pulsazioni al minuto, un po’ come un bongo registrato a 33 giri e fatto andare a 78, cercando di riprendere fiato.
Be’, quelli di voi che mi conoscono già sanno che ho sempre detto che io amo il dolore, perché mi fa sentire vivo. La mia massima, adattando il celebre slogan inventato da Cartesio, potrebbe essere la seguente: “Soffro, dunque sono”.
Ma il troppo stroppia, come recita un altro celebre detto. Lasciate che vi faccia una piccola lezione di geografia per descrivere la condizione delle mie povere membra squinternate come quelle di un bambolotto di pezza: avevo le gambe, ancora avviluppate da fronde strappate di rovi, che puntavano a est, e il resto del corpo rivolto più o meno verso nordovest. Il rivolo di sangue che mi colava dal naso attraverso i baffi puntava invece verso sud. Al di sotto della mia linea equatoriale, per così dire, avevo le palle gonfie e dolenti come se fossero state accarezzate da una fottuta femminista campionessa di culturismo. Più a sud, poi, altro sangue colava lungo la gamba destra fin dentro gli scarponcini tattici alti fino alla caviglia, creati appositamente dalla Adidas per le teste di cuoio del GSG-9. Come se non bastasse, i lacci garantiti a prova di rottura dello scarponcino destro si erano disintegrati chissà come durante la mia rovinosa caduta.

Gli autori:

Dopo aver raggiunto gli alti livelli della marina americana in oltre trent’anni di servizio, Richard Marcinko ora vive ad Alexandria, in Virginia, dove ha fondato un agenzia di sicurezza privata fra i cui clienti si annoverano governanti e grosse società. Le storie di cui egli stesso è protagonista nei suoi libri prendono spunto da anni di pericolose missioni spesso condotte sul filo della legalità.

Apprezzato autore di romanzi, John Weisman vive tra le Blue Ridge Mountains, in Virginia, con la moglie e i loro tre cani. Da anni firma con Richard Marcinko la fortunata serie del Rogue Warrior.

L.

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