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La collana “Segretissimo” (Mondadori) continua a presentare le avventure dell’eroe d’azione Marcinko.

La scheda di Uruk:

1387. Squadra speciale Alpha [Rogue Warrior 6] (Seal Force Alpha, 1998) di Richard Marcinko e John Weisman [27 giugno 1999] Traduzione di Giuseppe Settanni

La trama:

Un’incursione nel Mar Cinese. L’obiettivo: una nave carica di armi e terroristi orientali. Per Marcinko e la sua squadra quasi un lavoro di ordinaria amministrazione. “Quasi” perché una volta a bordo Marcinko scopre una realtà agghiacciante: qualcuno sta vendendo al cinesi sofisticato materiale elettronico americano. Da quel momento inizia la caccia alla talpa che vende i segreti bellici americani a Beijing. E Marcinko scoprirà che i corridoi del Pentagono possono essere molto più infidi di una giungla del sudest asiatico. Soprattutto perché il nemico, quello vero, ha la sua stessa divisa.

L’incipit:

Arch Kielly, il pilota del C-130, spense e riaccese per due volte le luci all’interno del vano di carico, per segnalare che stava scendendo alla quota di diecimila metri. Appena raggiunta la quota prefissata, avrebbe aperto un portello, togliendo la pressurizzazione al vano, e abbassato la rampa posteriore di accesso. In questo modo avremmo potuto lanciarci.
Occupato com’ero a controllare i cavi che fissavano l’equipaggiamento sul nostro speciale battello pneumatico a carena rigida, rimasi con un palmo di naso quando Arch spense le luci nel vano di carico. Aveva un ottimo motivo, dal punto di vista tattico: in questo modo nessuno avrebbe potuto notare, alzando casualmente lo sguardo dalla costa del Borneo, dodicimila metri più in basso, la presenza nel cielo del nostro aereo.
L’improvviso black-out mi colse del tutto in contropiede. Poi quel buontempone di un pilota fece un’altra manovra, da lui debitamente preannunciata nella riunione preliminare alla missione, ma che al momento avevo dimenticato: attaccò una brusca virata verso dritta, puntando verso nord. Sorpresa. Mentre ero lì che controllavo il rilascio rapido dell’imbracatura del paracadute del battello, ecco che mi ritrovo all’improvviso totalmente al buio, senza avere la più pallida idea di dove siano gli oggetti e le persone che mi circondano.
Poi Arch puntò il muso dell’aereo verso terra e inclinò l’ala destra di quarantacinque gradi, facendomi perdere completamente l’equilibrio. Ruzzolai nel buio come la fottuta pallina di un flipper, andai a sbattere contro una paratia, barcollai dalla parte sbagliata (c’è mai una parte giusta, in queste situazioni?), inciampai sopra i binari a rulli della rampa di carico e andai a sbattere il muso contro uno dei montanti di alluminio rinforzato a forma di H che sorreggono i sedili della zona anteriore.
Oh, che bellezza. Un male cane, credetemi. Da piangere. Mi ritrovai con la maschera a ossigeno di traverso sulla faccia e l’elmetto di sghimbescio sul cranio. Ora, quelli di voi che mi conoscono, sanno che io ho un rapporto del tutto particolare con il dolore. Vedete io considero il dolore non come un vago concetto fisiologico da studiare in laboratorio, o come un problema metafisico, da analizzare a livello filosofico, ma come un’esperienza concreta con cui l’individuo può avere la misura della propria forza vitale. Il dolore è una prova: un incontro fisico da vivere, assaporare, esplorare fino in fondo. Il dolore esiste perché io possa dimostrare a voi, miei pazienti e affezionati lettori, che sono inesorabilmente vivo.
Fu proprio mentre assaporavo questa istruttiva esperienza che il sottufficiale responsabile del lancio ricevette l’atteso segnale dal pilota e spalancò il portello anteriore di sinistra. Sentii all’istante il fischio possente dell’aria risucchiata all’esterno e la pressione interna scese di colpo, mentre la struttura della fusoliera dell’Hercules C-130 si scuoteva tutta. Contemporaneamente, la temperatura calò di oltre venti gradi nello spazio di quattro secondi e mezzo. Adesso sì, che mi sentivo vivo!
Mi affannai per rimettermi in posizione l’elmetto, la maschera, gli occhiali, ma le circostanze non erano- delle più favorevoli. Primo problema: c’era buio pesto, ricordate? Secondo problema: avevo addosso una caterva di equipaggiamento, ed era difficile tenere a bada quellarmamentario che sporgeva, penzolava e continuava a impigliarsi dappertutto.
Del resto, non ci si può lanciare sull’obiettivo da diecimila metri di altezza vestiti solo con maglietta, mutande e coltello da combattimento. Bisogna portarsi dietro tutto quello che potrebbe servire. Se si vuole tenere conto dell’implacabile legge di Murphy (è altamente probabile che accada quel che si considera improbabile), è giocoforza lanciarsi carichi come asini, con più roba addosso di quanta ne contenga il registro di carico e scarico di una fureria. Soprattutto se si è impegnati, come era per me in quel momento, in un’operazione in nero, vale a dire un’operazione clandestina coperta dalla massima segretezza.

Gli autori:

Dopo aver raggiunto gli alti livelli della marina americana in oltre trent’anni di servizio, Richard Marcinko ora vive ad Alexandria, in Virginia, dove ha fondato un agenzia di sicurezza privata fra i cui clienti si annoverano governanti e grosse società. Le storie di cui egli stesso è protagonista nei suoi libri prendono spunto da anni di pericolose missioni spesso condotte sul filo della legalità.

Apprezzato autore di romanzi, John Weisman vive tra le Blue Ridge Mountains, in Virginia, con la moglie e i loro tre cani. Da anni firma con Richard Marcinko la fortunata serie del Rogue Warrior.

L.

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