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La Adelphi porta in libreria un “caso-fantasma”, una vendetta esemplare: un noir magistrale dell’autore di “Tokyo Express”.

Questo romanzo è stato più volte portato al cinema e in TV, in patria.

La scheda di Uruk:

La ragazza del Kyûshû (Kiri no hata, 1961) di Matsumoto Seichô [11 luglio 2019] Traduzione di Gala Maria Follaco

La trama:

In un mattino di primavera una giovane donna entra nello studio di un illustre penalista di Tokyo. È Kiriko. Ha appena vent’anni, il volto pallido dai tratti ancora infantili, ma qualcosa di inflessibile nello sguardo, «come fosse stata forgiata nell’acciaio». Non ha un soldo e ha attraversato il Giappone dal lontano Kyûshû per arrivare fin lì, a implorare il suo aiuto. Il fratello, accusato di omicidio, è appena stato arrestato, e Kiriko è la sola a crederlo innocente. L’avvocato rifiuta il caso: non ha tempo da perdere, tanto meno per una difesa che dovrebbe assumersi senza essere retribuito. Kiriko si scusa con un piccolo inchino, esce dallo studio e così come è arrivata scompare. Il fratello verrà condannato e morirà in carcere qualche mese dopo, poco prima che l’esecuzione abbia luogo.
È solo l’antefatto da cui prende il via questo gelido noir di Matsumoto. Dove un caso-fantasma, ripercorso nei minimi dettagli, lascia spazio a una vendetta esemplare che si fa strada da lontano. E mentre ogni colpa – consapevole o inconsapevole – viene pesata accuratamente, come su una bilancia cosmica, una tensione impalpabile, un «rumore di nebbia» accompagnano questa storia da cima a fondo. Finché lei, Kiriko, la ragazza del Kyûshû, non otterrà ciò che le spetta.

L’incipit:

Kiriko lasciò la pensione di Kanda alle dieci del mattino.
Sarebbe voluta uscire prima, ma aspettò fino a quell’ora, perché aveva sentito dire che gli avvocati famosi non arrivano mai troppo presto in ufficio.
Il nome dell’avvocato per cui era venuta appositamente dal Kyûshû era Ôtsuka Kinzô. Una ventenne come lei, impiegata presso una ditta come dattilografa, non avrebbe certo avuto motivo di conoscere la sua fama di penalista se, in seguito all’incidente che le aveva sconvolto la vita, non avesse sentito tante persone fare il suo nome.
Kiriko era partita dalla città di K., nel nord della regione, e dopo due giorni di viaggio era arrivata a Tokyo la sera prima, sul tardi Era andata dritta dritta in quella pensione perché c’era già stata ai tempi delle medie, in gita scolastica, e questo la rassicurava. Inoltre, aveva pensato, se ci andavano delle scolaresche, non doveva costare molto.
Anche se non conosceva Ôtsuka, si sentiva piuttosto fiduciosa ed era sicura che alla fine avrebbe accettato di seguire il suo caso. Dopotutto si era fatta venti ore di treno per vederlo, e incontrandola per la prima volta, l’avvocato non avrebbe potuto ignorare la sua determinazione.
Quando aprì gli occhi il cielo si era appena schiarito. Se era riuscita a svegliarsi così presto, dopo tutto quel viaggio, non era soltanto per via della sua giovane età, ma per l’eccitazione che provava.
La pensione era in cima a una collina e Tokyo, a quell’ora, era straordinariamente silenziosa. Questa volta le sembrava diversa, perché aveva dormito da sola. Proprio sotto alla sua finestra c’era una scuola elementare, ma quando si alzò per affacciarsi sul cortile non si vedeva ancora nessuno. Poi, lentamente, due o tre alla volta, come piccoli fagioli di soia nera, i bambini cominciarono ad arrivare, e quando la cameriera entrò nella stanza per rimettere a posto il
futon, si sentiva già un gran baccano.
«Buongiorno» la salutò l’anziana cameriera, stringendo gli occhi segnati dalle rughe. «Dev’essere molto stanca. Perché non riposa ancora un po’?».
«Ormai sono sveglia, e poi non ho sonno» disse Kiriko, spostandosi verso la sedia di vimini nella veranda.
«Beata lei che è giovane. Se lo facessi io…».

L.

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