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La Adelphi porta in libreria un nuovo grande romanzo firmato da Georges Simenon.

La scheda di Uruk:

Marie la strabica (Marie qui louche, 1951) di Georges Simenon [27 giugno 2019] Traduzione di Laura Frausin Guarino

La trama:

Sylvie ha diciassette anni ed è bella, procace, impudica; ha un seno magnifico, che eccita gli uomini, e prova piacere «a guardarselo, ad afferrarlo a piene mani». Marie, che ha un anno più di lei, è brutta e strabica, timida e spaurita; a scuola le compagne «le giravano alla larga, dicevano che aveva il malocchio». Da piccole, Sylvie le prometteva: «Quando sarò ricca ti prenderò come cameriera, e ogni mattina mi pettinerai». Eppure, di quello che passa per la testa di Sylvie, che adora e disprezza al tempo stesso, Marie intuisce tutto. Sa perché si spoglia davanti alla finestra aperta con la luce accesa, e sa anche che è lei a provocare il suicidio di Louis, il ragazzo ritardato ed epilettico che si aggira di sera nel giardino della pensioncina dove entrambe lavorano. Priva di scrupoli, ferocemente determinata a fuggire quella povertà che le fa orrore, Sylvie lascia la provincia e parte alla conquista di Parigi. Marie, che appartiene alla razza delle creature «segnate dalla malasorte», la segue nella capitale, ma si rassegna all’esistenza mediocre a cui è destinata. Quando, molti anni dopo, le due donne si rincontreranno, sarà Sylvie ad aver bisogno dell’aiuto di Marie, e questa sembrerà assecondarla con la succube arrendevolezza di sempre. Ma forse, questa volta, con il segreto proposito di rovesciare i ruoli: chi sarà, allora, la serva, e chi la padrona?

L’incipit

«Dormi?».
Sylvie non rispose, non si mosse, non ebbe un sussulto. Respirò solo un po’ più forte per simulare un sonno profondo, ma non c’era da sperare che la Marie ci cascasse.
«Lo so che non dormi».
La voce di Marie era calma, monotona, vagamente lamentosa, come quella di certe donne segnate dalla malasorte.
«Lo fai apposta a non dormire» continuò nel buio della camera.
Come lo aveva intuito? E sì che non era intelligente, la Marie. Lavoravano tutt’e due alla pensione Les Ondines ormai da quindici giorni, e lei non era ancora capace di apparecchiare i tavoli a dovere – e Dio solo sa quanta pena si dava per far bene. Forse era un po’ stupida. A scuola metteva tanto impegno nel cercar di capire che finiva per sentirsi male, e quando veniva interrogata se ne stava lì a bocca aperta, sgomenta, con gli occhietti scuri fissi su un punto della lavagna, e poi scoppiava a piangere.
A diciott’anni non era cambiata di molto e tremava davanti alla signora Clément come aveva tremato davanti alla maestra.
Eppure intuiva tutto quello che passava per la testa di Sylvie, specialmente quelle cose brutte o sconce che uno non confessa neanche a se stesso, e ne parlava con tranquillità, senza essere mai attraversata da un dubbio.
«Che cosa aspetti?» domandò dal fondo del letto, dove probabilmente giaceva supina, com’era sua abitudine, nella posa di una morta.
E Sylvie, che non voleva che Marie accendesse la luce, preferì rispondere con voce stizzita:
«Non aspetto un bel niente».
«Non è vero».
«Che cosa dovrei aspettare?».
C’era la bassa marea, perché si udiva in lontananza lo sciabordio delle onde, e dalla finestra socchiusa arrivavano certe folate che avevano odore di fango, un odore strano che le due ragazze avevano sentito solo lì a Fouras, e che ricordava quello della risciacquatura dei piatti quando per cena i pensionanti avevano avuto cozze.
Perché la Marie non si era addormentata subito? Loro due non dormivano in casa, ma in un edificio basso, probabilmente un’ex scuderia, separata dalla pensione da un giardino fitto di tamerici e di oleandri.
Il loro alloggio era composto di due stanze, ciascuna con una finestra e una porta che dava all’esterno. Nell’altra stanza, Mathilde, la domestica che indossava sempre calze nere di lana tenute ferme sopra il ginocchio da lacci rossi, russava già dalle nove.
Era la prima ad andare a letto perché non si occupava della sala da pranzo ma dei piani, e cominciava il suo turno alle sei del mattino.
Doveva avere almeno quarantacinque anni ed era stata mandata dall’ufficio di collocamento di La Rochelle; parlava malvolentieri, borbottando fra i denti, e considerava tutti pazzi, si trattasse dei pensionanti, dei Clément o delle ragazze. Sopra il suo letto c’erano le fotografie di due giovani, un marinaio e un gendarme: i suoi figli. Di lei non si sapeva altro.

L.

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