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Prima di darlo via, schedo questo vecchio numero di “Segretissimo” (Mondadori) risalente alla direzione Gian Franco Orsi.

L’illustrazione di copertina è firmata da Carlo Jacono.

La scheda di Uruk:

1137. Kabul Kabul (1989) di Luis Piazzano [26 novembre 1989]
Inoltre contiene il saggio:
Ninja, spioni made in Japan, di Stefano Di Marino

La trama:

A Langley la CIA sta cercando un tipo tutto speciale per una missione, delicata. E le prodezze di Luca della Rocca, Luc per gli amici, sono ben note all’intelligence statunitense. Ex mercenario in Africa, ora lavora in Italia in una ditta americana di progettazione con evidenti legami con la CIA. A Ginevra intanto sembra si stia risolvendo il problema afghano, grazie alla riconciliazione nazionale e al ritiro delle truppe sovietiche. Fra i guerriglieri però c’è un gruppo ben organizzato che si prepara a scatenare una guerra santa islamica contro il governo centrale. Le due superpotenze, alleate per l’occasione, decidono di mandare Luc a scoprire chi si nasconde dietro a questa manovra destabilizzante. Ad aspettarlo troverà i ribelli e l’affascinante Lucilie Spencer, la giovane donna che non gli risparmierà duri “colpi al cuore”.

L’incipit:

L’Afghanistan è Roh, il paese delle montagne, dove la terra incontra il cielo in un amplesso violento, primordiale, nei suoi tramonti di fuoco.
L’Afghanistan è un paese privo di sbocchi sul mare, poche pianure adatte ad essere coltivate, foreste d’alto fusto e fiumi scarsamente navigabili, ricco di contrasti naturali, tra steppe aride e lunari e zone incredibilmente verdi, montuoso con catene aspre e possenti sulle quali domina l’Hindu Kush che si estende ad est fino al Pamir, al Karakorum. È stato fino al 1978 – anno della caduta della monarchia –
Doulat i Pàdshài ye Afghànistàn, ossia Regno dell’Afghanistan.
Ancor oggi il paese ha una struttura economica e sociale notevolmente arretrata, basata ancora sulla pastorizia itinerante e su una agricoltura povera e arcaica.
Di religione musulmana di rito sunnita, con isole sciite, poco più di quindici milioni di abitanti parlano il
pashtu e il persiano. Questo paese, dalla suggestiva e selvaggia bellezza, confina con l’URSS, la Cina, il Pakistan e l’Iran e ha sempre avuto il ruolo di stato cuscinetto situato nel bel mezzo di altri stati protesi, per loro tradizione politica e militare, all’espansione e all’invasione dei territori confinanti.
Il 17 luglio del 1973 Re Zahir Shah veniva deposto da un colpo di stato militare ordito dal cugino, generale Mohammed Daud Khan, sostenuto dalle due correnti del partito democratico popolare dell’Afghanistan. Daud si proclamava presidente e aboliva la monarchia.
Il 27 aprile del 1978 un gruppo di ufficiali filo-sovietici prendeva il potere appoggiato dalla corrente Khalq del partito popolare.
Il 30 aprile un ex impiegato dell’ambasciata USA a Kabul, Nur Mohammed Taraki, leader del Khalq, diventava presidente nominando, a sua volta, vice-presidente Babrak Karmal, leader dell’altra corrente del partito popolare, il Parchan.
Nel dicembre dello stesso anno scoppiarono incidenti e rivolte in ventitré delle ventotto province del paese. Taraki firmò allora un trattato ventennale di amicizia con l’URSS.
L’anno dopo, il 14 febbraio, l’ambasciata americana a Kabul venne assalita da un gruppo armato rimasto sconosciuto. Le forze di sicurezza governative riuscirono a liberare gli ostaggi americani. Nello scontro però perdeva la vita il Console USA, Adolf Dubs.
Il 16 settembre Taraki veniva ucciso in una sparatoria e il suo braccio destro, Hazifullah Amin, prese il potere. Eppure gran parte dell’opinione pubblica afghana era contraria all’ingerenza sovietica e alla linea imposta dal partito, in netto contrasto con i comanda- menti e le regole di vita della religione musulmana.

L.

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