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La Newton Compton porta in libreria un nuovo saggio storico.

La scheda di Uruk:

533. La missione segreta che ha cambiato la Seconda guerra mondiale (The Ghost Ships of Archangel, 2019) di William Geroux [26 settembre 2019] Traduzione di Lucilla Rodinò

La trama:

Nell’estate del 1942 la vittoria degli alleati era tutt’altro che scontata. Così Roosevelt e Churchill organizzarono dei convogli artici, scortati dalle unità alleate, per rifornire la Russia, allo stremo. I convogli erano composti da marinai che avevano lavorato su navi mercantili, uomini inadatti al servizio militare, peraltro a bordo di vecchie imbarcazioni minacciate da iceberg, bombardieri e sottomarini. Il 17° convoglio (PQ-17) aveva appena iniziato ad attraversare l’Atlantico del Nord, quando Hitler minacciò di schierare la temibile corazzata Tirpitz per annientarlo. Temendo la perdita di insostituibili navi da guerra, l’ammiragliato britannico ordinò alla flotta militare di disperdersi e lasciare il convoglio senza difesa. Churchill lo definì “l’episodio più triste di tutta la guerra”, ma quando i tedeschi iniziarono a dare la caccia alle navi del convoglio via mare e via cielo, quattro di esse riuscirono a salvarsi, mimetizzandosi nel ghiaccio grazie a vernice bianca e lenzuoli. Nascondendosi alla vista del nemico, proseguirono verso il porto sovietico di Arcangelo, riuscendo così a far pervenire gli indispensabili approvvigionamenti alla Russia.

L’incipit:

Jim North non sapeva dire cosa stesse accadendo esattamente, ma qualcosa dentro di sé gli diceva che il destino del convoglio PQ-17 aveva preso una piega nefasta Tutt’intorno, nelle gelide acque artiche, i trenta mercantili del convoglio prendevano direzioni diverse, abbandonando la formazione compatta che aveva tenuto a distanza i bombardieri e gli U-Boot tedeschi da quando avevano lasciato l’Islanda una settimana prima. I fanali di segnalazione di tutte le navi lampeggiavano senza sosta. Sulla plancia del cargo di North, il Troubadour, il capitano norvegese e il primo ufficiale discutevano animatamente nella loro lingua nativa intercalando nel discorso imprecazioni. North capiva solo quelle, ma il tono delle voci era inequivocabile. Nel suo balordo viaggio verso la Russia artica, il convoglio PQ-17 doveva fronteggiare una nuova crisi.
Era il 4 luglio 1942, poco dopo le 21:30, ma dato che il sole artico in luglio non tramonta mai, per gli uomini sulle navi l’ora non aveva alcun significato. Il convoglio si trovava a meno di ottocento miglia dal Polo Nord. Qualche ora prima, le navi americane che costituivano il nucleo del convoglio avevano festeggiato il Giorno dell’indipendenza innalzando tra la nebbia e le nuvole sospinte dal vento bandiere statunitensi nuove di zecca. Poco dopo, le navi da guerra alleate che proteggevano il convoglio avevano respinto un attacco di bombardieri in picchiata. Tre navi erano state affondate ma i marinai avevano considerato quella battaglia una vittoria, il segno incoraggiante che si poteva ancora raggiungere sani e salvi l’Unione Sovietica. Alcuni si stavano ancora congratulando a vicenda quando era sopraggiunta quella nuova, e ancora indefinita, crisi.
North stava ancora cercando di capire cosa stessero dicendo i norvegesi quando fu scosso dal suono della sirena di un’altra nave. Una piccola nave britannica di scorta si avvicinò al
Troubadour e un ufficiale inglese ripeté al megafono l’incredibile messaggio che era stato inviato a tutte le navi tramite le bandiere di segnalazione.
Il convoglio PQ-17 doveva sciogliersi. Le potenti navi da guerra che lo proteggevano si stavano già allontanando. Il
Troubadour e gli altri mercantili — tutti terribilmente lenti e carichi di tritolo e altri esplosivi — avrebbero dovuto percorrere soli e senza protezione le centinaia di miglia del lontano Mare di Barents che li separavano dalla Russia. Il convoglio era già circondato da U-Boot, che lo seguivano da centinaia di miglia in cerca di varchi nelle difese. Ora le difese non ci sarebbero più state. La luce dell’ininterrotto giorno artico non offriva tregua dai bombardieri tedeschi, che sicuramente attendevano rinforzi. Ma soprattutto, il convoglio PQ-17 avrebbe forse dovuto fronteggiare un possibile attacco della corazzata Tirpitz, la più temibile nave da guerra del mondo La Tirpitz possedeva cannoni in grado di scagliare proiettili a una distanza di ventidue miglia, da oltre l’orizzonte. Poteva affondare navi più piccole, come il Troubadour, ancor prima di essere avvistata. Gli uomini sulle navi alleate avevano ribattezzato la Tirpitz “il lupo cattivo”.
«Mi dispiace dovervi abbandonare in questo modo», urlò il comandante di un cacciatorpediniere britannico a un amico su uno dei mercantili. «Brutta faccenda. Buona fortuna».

L’autore:

William Geroux ha lavorato come giornalista per oltre venticinque anni, collaborando con il “New York Times”, l’“Associated Press” e molti altri quotidiani locali, prima di dedicarsi alla scrittura. È nato a Washington D.C. ma attualmente vive a Virginia Beach. Per saperne di più: http://www.williamgeroux.com

L.

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