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Dopo il successo della serie TV “X-Files” è arrivato “Millennium”, molto più sfortunato ma paradossalmente rimasto impresso nel cuore di tanti fan. La Mondadori ha provato a portare anche in Italia i relativi libri, senza alcun successo: sono note solamente due uscite di questa serie. Ecco la prima.

La scheda di Uruk:

1. Il Francese (The Frenchman, 1997) di Elizabeth Hand [ottobre 1997] Traduzione di Riccardo Valla
– basato sulla sceneggiatura di Chris Carter

La trama:

I segni sono ovunque. Il cadavere mutilato di una spogliarellista. Profezie scarabocchiate su un cavalcavia dell’autostrada. Morti viventi sepolti in bare rudimentali lungo un fiume ghiacciato. Tenebre palpabili percorrono i sottofondi sordidi di Seattle, e la polizia non può fermarle.
Frank Black lascia l’FBI e si mette in salvo con la famiglia a Seattle. Ma è già troppo tardi. Il nuovo millennio si avvicina, e porta con sé una minaccia che solo lui può vedere. Ora Frank Black e l’enigmatico gruppo Millennium sfidano un tormentato serial killer le cui visioni rispecchiano quelle di Frank: spasmi di un mondo, il nostro mondo, che rotola negli abissi.
Tratto dall’episodio pilota più seguito delle produzioni Fox, questo primo libro della serie “Millennium” ripropone le visioni e le atmosfere degli script originali nati dalla mente di Chris Carter, il creatore di “X-Files”.

L’incipit:

Prologo

Era sempre così, ogni volta: grida soffocate, un ansimare profondo, un’onda color cremisi che dilagava fino a lambire i suoi piedi. Occhi sbarrati che lo fissavano, la docile pressione di una bocca contro il suo ventre; le onde cremisi si innalzavano sempre più, e poi quel sapore di bile e rame, il sangue che gli riempiva gli occhi. La voce, era la sua voce, era lui stesso a urlare, anche se il sangue, quello, non era mai il suo.
Era sempre così, ogni volta: e quando tutto era finito e la marea si ritirava, lui rimaneva senza fiato sulla spiaggia, in bocca quello strano sapore, e tracce di sangue sulle mani.

1

L’uomo era fermo dall’altra parte della strada, accanto, al muro umido e scrostato, e si stringeva nelle spalle per proteggersi dalla gelida pioggia di febbraio. L’acqua faceva risaltare le crepe del marciapiede e, con il suo riflesso, dava una lugubre sfumatura violacea all’insegna intermittente che ripeteva il richiamo del night club:

THE RUBY TIP
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RAGAZZE DAL VIVO
APERTO FINO ALLE 2.00

Rilesse per la centesima volta le parole, con la bocca leggermente aperta e mordendosi il labbro inferiore. Fece una smorfia, come se avesse sentito un gusto amaro di fiele, poi abbassò in fretta la visiera del suo berretto da baseball, per ripararsi la faccia mentre attraversava la strada, e spinse con la spalla la pesante porta d’acciaio.
Si trovò in un corridoio in penombra, dove la musica industriale martellava nelle orecchie con la violenza di un maglio. Il rullare della grancassa batteva il tempo delle pulsazioni di sangue che gli salivano alla testa. All’interno, l’odore acre del disinfettante al creosoto lottava per farsi strada in mezzo a quello del tabacco e del profumo, e non riusciva a eliminare una sfumatura più greve che aleggiava nell’aria: gli effluvi dolciastri e stantii dell’eccitazione e della soddisfazione del desiderio.
A lato del corridoio, nella parete spoglia e macchiata di umidità, si scorgeva una fila di porte, alternativamente rosse e verdi. Qua e là, il pavimento era butterato da scaglie di vernice scrostata, mozziconi di sigaretta e fazzoletti di carta caduti a terra. Alle porte erano incollate fotografie che dicevano: TIFFANEE BRIGHT: TELEFONAMI 24 ORE SU 24!!! e: SUSHI CHIEF: SERVIZIO A DOMICILIO.
Con un tonfo attutito, una porta tornò a chiudersi. L’uomo dal berretto da baseball alzò per un attimo gli occhi e vide una giovane donna con eleganti capelli neri e un pesante soprabito di pelle venire verso di lui; gli stivali dal tacco alto facevano un rumore secco sul pavimento.
Altre porte si aprirono; alcuni uomini uscirono in silenzio, incrociandosi senza parlare mentre i loro occhi, freddi come la pioggia che continuava a cadere all’esterno del locale, scrutavano da capo a piedi la ragazza. Lei si ravviò i capelli, tenendo le labbra ermeticamente serrate, e non incrociò il loro sguardo aggressivo. Per un momento l’uomo col berretto da baseball si fermò e la guardò passare, poi si affrettò a scomparire dietro una delle porte verdi.
La donna proseguì per la sua strada, con le mani infilate profondamente nelle tasche. Giunta davanti al botteghino, salutò con un cenno della testa il giovanotto che dava i biglietti. Era Sammy, un bravo ragazzo: non dava fastidio alle spogliarelliste e faceva il possibile per allontanare i fuori di testa.
«Io vado» annunciò la ragazza.

L.

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